
LE MALETESTE
10 apr 2026
Sta emergendo un pezzo di società, una forza politica composita che preferisce muoversi su pratiche quotidiane, sulle relazioni, e che pensa alla poltica non tanto come gestione dell'esistente, ma come invenzione del possibile
di Tiziana Villani*
09 Aprile 2026 | COMUNE
L’emergere di un pronunciamento politico di così vaste proporzioni, in occasione del referendum sulla Giustizia segnato dalla vittoria del “no”, non può essere ridotto a una semplice espressione numerica o a un esito contingente. È piuttosto il segnale di una soglia attraversata, di una presa di parola che eccede i codici consueti della rappresentanza e che si inscrive in una dinamica più ampia, irriducibile alle categorie della governabilità o del consenso.
Non ci troviamo di fronte a una massa indistinta, disciplinabile e intercambiabile, ma a una costellazione di singolarità che si sono riconosciute — temporaneamente e in situazione — come popolo. Un popolo che non coincide con l’astrazione della vulgata politica attuale, ma che si dà come processo, come pratica di soggettivazione collettiva, come articolazione viva di differenze. È in questa eccedenza che si apre uno spazio politico imprevisto.
Questa compagine è composita, stratificata, attraversata da formazioni culturali differenti: una forte presenza giovanile si intreccia con una dimensione transgenerazionale che rompe la linearità dell’età come criterio di appartenenza.
I movimenti femministi — e in particolare esperienze come Non Una di Meno — non sono semplicemente “partecipanti”, ma soggetti attivi di produzione politica, capaci di riformulare linguaggi, priorità, forme dell’azione. Accanto a loro, soggetti che abitualmente restano ai margini delle consultazioni istituzionali: persone che non trovano rappresentanza, che diffidano, che si tengono distanti, ma che in questa occasione hanno trovato uno spazio di accesso, una ragione per esservi.
Ciò che emerge è dunque un campo di forze che non nasce oggi, ma che attraversa un tempo lungo, fatto di sedimentazioni, di lotte, di rimozioni. Sono questioni che tornano, che insistono, che non cessano di riemergere nonostante il tentativo sistematico di cancellazione, di marginalizzazione o, nei casi più evidenti, la repressione. È una memoria politica non pacificata che riaffiora, chiedendo di essere riconosciuta non come residuo, ma come potenza.
In questo orizzonte, la questione delle guerre non è esterna né accessoria, ma profondamente intrecciata a queste dinamiche. Le guerre contemporanee — diffuse, asimmetriche, permanenti — non si collocano semplicemente altrove: attraversano i territori, ridefiniscono le economie, riorganizzano le gerarchie globali e penetrano nelle vite quotidiane. Producono precarietà, spostamenti forzati, militarizzazione dei confini e delle relazioni sociali, mentre al contempo impongono una narrazione che tende a normalizzarle come stato di fatto inevitabile, come un presente talmente provato dalla sua crisi che non riesce a trovare altre risposte.
Ed è proprio qui che la riflessione deve ampliarsi rispetto alla politica, almeno rispetto alla sua configurazione tradizionale. Perché ciò che è in gioco non è soltanto una diversa opzione politica o una diversa articolazione del potere istituzionale, ma una trasformazione più radicale dei modi di percepire, abitare e pensare il mondo.
La politica, così come l’abbiamo conosciuta, appare sempre più incapace di contenere e interpretare queste emergenze. Rimane ancorata a dispositivi rappresentativi, a linguaggi logorati, a temporalità di breve periodo, mentre le soggettività che si sono espresse nel “no” sembrano muoversi su un altro piano: quello delle pratiche quotidiane, delle relazioni, dei corpi, dei desideri. Un piano in cui la distinzione tra pubblico e privato si riconfigura, e in cui le questioni della giustizia, della guerra, della vita materiale e simbolica si intrecciano in modo inestricabile.
In questo senso, il “no” non è solo un gesto politico, ma un atto che investe il piano etico, creativo, e il sensibile.
Si tratta di affermare che non si vuole più abitare un mondo disciplinato secondo logiche di competizione, esclusione e violenza strutturale. È una presa di distanza che non si limita a contestare, ma prova — spesso in modo ancora embrionale — a prefigurare altri modi di vita.
Le guerre, allora, non sono soltanto eventi geopolitici, ma dispositivi che modellano l’immaginario, che penetrano nei linguaggi, che costruiscono un senso comune fondato sulla paura, sulla sicurezza, sull’alterità come minaccia.
Uscire da questa grammatica dominante non è un compito che può essere delegato alla politica istituzionale: richiede un lavoro diffuso, molecolare, che attraversa i corpi e le relazioni, che si deposita nei gesti quotidiani, nelle pratiche di cura, nelle forme di cooperazione.
La vasta trama sociale che si è manifestata con il referendum sembra indicare proprio questa direzione: una politicità diffusa che eccede i luoghi canonici, che si dà nei movimenti, nei territori, nelle reti informali, nelle alleanze impreviste. Una politicità che non cerca necessariamente la presa del potere, ma la trasformazione delle condizioni stesse in cui il potere si esercita.
È qui che si apre una possibilità — fragile ma reale — di pensare un’altra idea di comune. Non più fondata sulla sovranità e sull’identità, ma sulla relazione, sulla differenza, sulla capacità di stare insieme senza ridursi all’uno. In questo spazio, il “no” smette di essere solo opposizione e diventa un varco: una soglia attraverso cui intravedere e, forse, praticare mondi altri.
È stato anche un “no” alle politiche di governo, un segnale inequivocabile di discontinuità rispetto a un indirizzo percepito come distante, quando non apertamente ostile, rispetto alle urgenze materiali e simboliche di ampi strati della società. E tuttavia, questo pronunciamento non si riversa immediatamente — né in modo lineare — nelle forze di opposizione, che appaiono ancora in difficoltà nel riconoscerne la portata e, soprattutto, nell’abbracciarne fino in fondo i contenuti.
Qui si manifesta uno scarto significativo, che non può essere letto semplicemente come disaffezione o volatilità elettorale. Piuttosto, si tratta di una distanza più profonda tra le forme della rappresentanza politica e le modalità attraverso cui oggi si producono soggettività, conflitto e desiderio di trasformazione. Le forze di opposizione continuano spesso a muoversi entro grammatiche già date, mentre ciò che è emerso con il “no” è precisamente l’eccedenza, l’irriducibilità a un’identità politica univoca.
In questo senso, l’idea di mancato passaggio del consenso non è un’anomalia, ma un indice. Indica che
ciò che si è espresso non cerca semplicemente una rappresentanza sostitutiva, ma mette in questione il modo stesso in cui la rappresentanza si costruisce. Non si tratta di “trovare il contenitore giusto”, ma di interrogare le forme, i tempi, le mediazioni attraverso cui il politico prende corpo.
Questo processo, peraltro, accade in un momento che potremmo definire — senza indulgere a retoriche ma nemmeno sottacendo — segnato da tratti di barbarie, riconducibili alle attuali figure di potere e alle modalità con cui esso viene esercitato. Una barbarie che non si manifesta soltanto nella violenza esplicita, ma anche nella sistematica erosione dei legami, nella riduzione della complessità a slogan, nella produzione della paura come strumento di governo. Le figure di potere contemporanee sembrano infatti operare attraverso una semplificazione estrema del reale, costruendo dicotomie rigide, alimentando conflitti verticali e orizzontali, e svuotando progressivamente gli spazi di elaborazione critica. In questo quadro, la gestione della giustizia, così come quella delle crisi — sociali, migratorie, belliche — si inscrive in una logica emergenziale permanente, che giustifica restrizioni, esclusioni e gerarchie sempre più definite.
È proprio dentro questo spazio che il “no” acquista una valenza ulteriore. Non solo come rifiuto di una specifica proposta, ma come gesto che si oppone a un clima, a un’atmosfera politica e culturale che tende a normalizzare l’arretramento dei diritti e l’impoverimento del discorso pubblico. Un gesto che, pur non essendo ancora pienamente organizzato o traducibile, segnala una soglia di non accettazione.
Allo stesso tempo, questa emersione si confronta con un rischio: quello di essere riassorbita, neutralizzata o frammentata proprio dalla forza di queste dinamiche di potere. Perché la barbarie contemporanea non è solo distruttiva, ma anche capace di incorporare e deviare, di trasformare il dissenso in rumore, di disperdere le energie in una molteplicità di rivoli non comunicanti.
Eppure, è proprio nella consapevolezza di questo contesto che il processo in atto può trovare una sua radicalità. Non come risposta immediata o come alternativa già data, ma come pratica ostinata di costruzione di senso, di relazioni, di linguaggi altri. Una pratica che si sottrae, almeno in parte, alla cattura, e che insiste nel tenere aperto uno spazio — fragile, esposto, ma reale — in cui la politica possa tornare a essere non gestione dell’esistente, ma invenzione del possibile.
Si tratta forse di considerare l’attuale momento come un passaggio delle “micropolitiche” al piano del “macro” nel quale agire rivendicando altri modi di fare società, di fare in comune, di varcare le frontiere di ogni tipo queste siano.
*Tiziana Villani
filosofa, docente all’università di Parigi e a Milano.
Il suo ultimo libro è Territori dell’infanzia. Sovvertire l’immaginario del presente
(Orthotes Ed.)
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