EUROPA / MIGRANTI. L'era delle deportazioni UE è iniziata
- LE MALETESTE

- 27 mar
- Tempo di lettura: 7 min

Il parlamento Ue avvia l’era delle deportazioni
Via libera al regolamento rimpatri. Esulta l’estrema destra
«L’era delle deportazioni Ue è iniziata», sintetizza trionfante l’europarlamentare svedese Charlie Weimers del partito Demokraterna, gruppo Ecr (lo stesso di FdI). Trionfante era stata anche la reazione del lato destro dell’Aula: applausi in piedi dai conservatori ai banchi più estremi dopo il via libera definitivo alla posizione negoziale sul nuovo regolamento rimpatri.
«La votazione odierna – sostiene Weimers – conferma una maggioranza crescente e stabile a favore di rimpatri più efficaci». Una maggioranza diversa da quella che ha sostenuto la rielezione di Ursula von der Leyen e che riunisce in maniera solida, per ora sulle norme in materia di immigrazione, popolari e destra destra.
DEI 389 SÌ – contro 206 no e 32 astenuti – poco meno della metà sono arrivati dal Ppe (che registra otto defezioni). Tutti gli 83 Patrioti hanno dato parere favorevole, come i 73 Conservatori e riformisti europei (Ecr). Nel gruppo Europa delle nazioni sovrane, di cui fanno parte i tedeschi di Afd, in due non hanno scelto, gli altri 26 hanno dato l’ok. Come 12 parlamentari di Renew e 7 socialdemocratici.
SONO I NUMERI della vergogna di chi ha votato un testo che segna un altro passo nella deriva trumpiana dell’Unione. Ora passerà alle discussioni del trilogo, con Commissione e Consiglio, e poi tornerà in aula. Quando diventerà legge nasceranno i return hubs, centri di deportazione aperti in paesi terzi per parcheggiare gli “irregolari” rifiutati dagli Stati membri. Le norme non specificano di chi sarà la giurisdizione: se del paese europeo, come nel protocollo Albania, o di quello extra-Ue, come nel modello Ruanda.
La detenzione amministrativa, quella su base etnica di chi non ha commesso reati, viene estesa per motivazioni, tempo e categorie. Dietro le sbarre finiranno anche i minori. Il tempo massimo sale a 24 mesi, dai 18 attuali. Si moltiplicano le motivazioni che legittimano il trattenimento. Potrebbe scattare persino per chi ha in corso una procedura di rinnovo del permesso di soggiorno, in attesa dell’esito.
NELLA POSIZIONE del parlamento di Bruxelles viene messo tra parentesi l’articolo 6 sui rastrellamenti in stile Ice. Esce dalla parte vincolante ma resta tra le possibilità per gli Stati. Ritornerà in sede di trilogo: il Consiglio lo sostiene, andare a cercare le persone negli spazi pubblici, negli ospedali, nelle case è necessario a rendere effettivo quanto prevede il regolamento. Che è stato definito il «tassello mancante» dal Patto Ue. Questo distrugge uno dei principi cardine su cui era stato costruito lo spazio europeo dopo la sconfitta del nazi-fascismo, ovvero il diritto d’asilo. Quello crea il quadro per mettere in moto la grande macchina delle deportazioni sognata dai sovranisti di ogni latitudine e vista in azione negli Usa di Trump (con risultati controversi dal punto di vista politico-economico per lo stesso tycoon).
COSÌ GIORGIA MELONI può tirare un sospiro di sollievo dopo la batosta referendaria e nel mezzo del repulisti di governo. «L’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza», scrive sui social la premier. La destra italiana segue a ruota. «Questa scelta del parlamento Ue è grave e disumana. Si abbatterà su bambine, bambini e donne che diventeranno oggetti di deportazioni come negli Usa», risponde Piefrancesco Majorino, eurodeputato Pd.
«Il voto segna una svolta pericolosa: le forze di centro-destra rompono il cordone sanitario per allearsi con l’estrema destra. Un’alleanza tossica che apre la strada a detenzioni di massa, separazioni familiari e deportazioni, mettendo a rischio innumerevoli vite», attacca Silvia Carta, della rete di ong Picum. In mattinata una coalizione di 20 organizzazioni non governative italiane aveva chiesto di respingere il regolamento senza compromessi. Oltre mille professionisti del comparto sanitario hanno invece firmato l’appello di Medici del mondo che denuncia gli effetti deleteri su tutta la società del regolamento: contribuirà all’esclusione dalle cure di migliaia di persone e romperà un pilastro della deontologia medica, la confidenzialità con il paziente. «Ci rifiutiamo di diventare strumenti dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione», scrivono.
Il patto sull’immigrazione a rischio incostituzionalità
Il monito della Consulta: la Carta può costituire un controlimite alla normativa europea
di Giansandro Merli, Mario Di Vito
«L’articolo 10 della Costituzione è un chiaro parametro ed è possibile si ponga una questione di costituzionalità (del nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo, ndr) con riferimento alla conformità della normativa interna. La nostra Costituzione in questo caso può costituire un parametro di riferimento della normativa europea quanto ai cosiddetti controlimiti, che evocano il concetto di principi fondamentali», ha detto ieri nella conferenza stampa annuale della Consulta il presidente Giovanni Amoroso.
La risposta è nata da una domanda del manifesto sul nuovo Patto dell’Unione che, tra le varie norme, prevede la possibilità di stipulare accordi con paesi terzi considerati «sicuri» dove deportare qualsiasi richiedente asilo sbarcato in Italia. Senza alcun vincolo soggettivo. Basta la firma dell’intesa internazionale, che legittimerebbe la dichiarazione di inammissibilità di qualunque domanda di protezione.
In pratica, per fare un esempio concreto di una questione complessa e non priva di ambiguità, un richiedente russo potrebbe essere spedito in Kenya, se questo è ritenuto uno Stato sicuro e il governo nazionale ci ha fatto un accordo per la gestione dei cittadini stranieri.
La norma sui paesi terzi sicuri è già in vigore perché contenuta in una delle due anticipazioni del pacchetto Ue che sarà effettivo da giugno. Il governo italiano ha lavorato alacremente per accelerare tali misure, anche se si è concentrato più sulla seconda. Quella che riguarda i paesi di origine sicuri e il potenziale riavvio della prima fase del protocollo con Tirana, riservata ai richiedenti asilo che di quelli sono originari.
A Shengjin e Gjader vale la giurisdizione italiana: la domanda di asilo ricade comunque sotto la competenza di Roma sia nel caso di accoglimento, con il conseguente ingresso sul territorio nazionale, sia in quello di diniego, a cui teoricamente dovrebbe seguire il rimpatrio. La vicenda dei paesi terzi sicuri è invece diversa e segue il modello che il Regno unito ha provato a stabilire in Ruanda. In questo caso il paese di destinazione del richiedente assume tutta la responsabilità sulla persona, in maniera definitiva. Il russo dell’esempio dovrebbe rivolgere la sua domanda di protezione a Nairobi, non a Roma.
Questa circostanza, però, rischia di sbattere frontalmente contro l’articolo 10 della Costituzione italiana. Questo stabilisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica». Non la Repubblica di un qualsiasi paese, sia pure sicurissimo, ma la Repubblica italiana.
È su questo punto che da alcuni mesi va avanti un dibattito, animato anche sulle pagine di questo giornale, rispetto alla necessità che prima o poi la Consulta attivi un controlimite. Ovvero un limite della cessione di sovranità all’Ue per tutelare uno dei «principi supremi» della Costituzione. Uno di quelli contenuti nei primi dodici articoli che proteggono i diritti inviolabili della persona. Tra questi c’è l’asilo.
Per arrivare a una tale pronuncia servirebbe che in qualche procedimento fosse sollevata una questione di legittimità costituzionale. Il presidente Amoroso ha sottolineato come sia «difficile fare oggi una valutazione preventiva e prognostica dell’esito», pur riconoscendo che un problema c’è. Ed è «grosso».
Merz sempre più simile all’Afd: «Violenza sulle donne colpa degli stranieri»
Germania. Le esternazioni del cancelliere al Bundestag mandano su tutte le furie Linke e Verdi. E poi ammette che i provvedimenti del governo in materia «non avranno impatto»
di Sebastiano Canetta | BERLINO
Colpa degli stranieri. Cinque mesi dopo averli accusati di avere «rovinato l’immagine delle città tedesche» il cancelliere Friedrich Merz se la prende di nuovo con i milioni di immigrati residenti in Germania.
Questa volta, secondo il leader Cdu, sarebbero i responsabili principali dell’esplosione di violenza contro le donne, come ha denunciato al Bundestag rispondendo alla decina di interrogazioni parlamentari sul tema che spazia dall’odio on-line al femminicidio. «Dobbiamo affrontare la crescita del fenomeno ma è necessario prima discuterne le cause: una parte significativa di questa violenza proviene da gruppi di immigrati» è la tesi del capo del governo che scatena le reazioni dell’opposizione democratica.
Interrotto più volte dalle urla scandite dai banchi della Linke e dei Verdi, Merz insiste sul punto assicurando di «non volere minimizzare» il problema: «Sto solo inserendo la questione nel quadro generale» chiosa, peggiorando l’indignazione anzitutto dei Grünen. «Da uomo mi vergogno della scarsa empatia e della poca risolutezza da lei dimostrata di fronte all’evidente ondata di violenza a sfondo sessuale che investe la nostra società» precisa il deputato Robin Wagener. Come donna, invece, ricorda «il lungo silenzio della Cdu sul tema» la Verde Lena Gumnior, ricevendo in cambio dal cancelliere una risposta “patriarcale”: «Non so da quanto tempo lei sia membro del Bundestag. Nella scorsa legislatura da capo del principale partito di opposizione, dopo il crollo del governo Scholz, ho reso possibile l’approvazione di una legge contro la violenza sulla donne».
Come benzina sul fuoco, queste parole infiammano ancora di più la seduta. La deputata non accetta la «lezioncina» di Merz, riprende il microfono e contro replica a tono: «Vuole mettere in dubbio la mia competenza in quanto giovane parlamentare, dopo avere relativizzato l’impatto della violenza sessuale on-line sulle donne. Non solo si tratta di un atto vile ma pure di un comportamento pericoloso per le vittime coinvolte». Nonostante ciò il cancelliere non molla. Il suo atteggiamento maschio – secondo lui – serve a «sottolineare che non solo le donne in Germania discutono di questo argomento, ma anche molti uomini, e io sono uno di loro».
Merz squaderna quindi la lista di proposte legislative a riguardo presentate dal suo governo dal giorno dell’insediamento: dal nuovo regolamento sul braccialetto elettronico per chi è agli arresti domiciliari fino alla bozza di legge destinata a consentire la schedatura degli indirizzi Ip sul web per «facilitare» la lotta al crimine digitale.
Entro la fine di aprile almeno questi due provvedimenti dovrebbero essere varati dal Bundestag, ricorda il leader della Cdu provando a dirottare l’attenzione sul calendario parlamentare. Anche se poi a fine seduta, messo alle corde dall’interrogazione di un deputato sull’effettiva efficacia di queste misure sulla violenza sulle donne, Merz deve ammettere: «Quasi sicuramente non avranno impatto».
Al contrario delle sue dichiarazioni xenofobe e maschiliste su donne e immigrati. Impossibili ormai da considerare unicamente alla stregua di gaffe: alla fine di ottobre 2015 il cancelliere aveva puntato il dito sui tedeschi di origine straniera colpevoli di avere guastato la stadbild da cartolina delle città della repubblica federale.
Né più, né meno, la chiave di lettura della propaganda di Alternative für Deutschland, forse solo più maldestra sotto il profilo del rapporto fra copia e originale. A livello nazionale, così come nella dimensione locale dei Land ora anche della Germania dell’Ovest, il razzismo che fa guadagnare voti è solo quello di Afd.
Articoli da IL MANIFESTO, edizione 27 marzo 2026

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