ISRAELE / CULTURA. Erri De Luca va a Gerusalemme
- LE MALETESTE

- 26 mag
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Erri De Luca a Gerusalemme
25 Maggio 2026 | COMUNE.INFO
Erri De Luca si dichiara sionista su Israel Hayom — il quotidiano fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — e dice che definire “genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale”.
Lo fa il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila mentre la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto la plausibilità del rischio genocidario e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato con il silenzio complice dell’Occidente.
Lo fa alla vigilia della sua partenza per l’International Writers Festival di Gerusalemme, lo stesso da cui J.M. Coetzee, premio Nobel, si è ritirato per aderire al boicottaggio culturale. De Luca va nella direzione opposta. E lo fa con la sicurezza di chi sa che il suo gesto verrà presentato dalla propaganda come atto di libertà intellettuale, non come scelta di campo.
Non è la prima volta. Già nell’intervista a Peter Gomez, mesi fa, il copione era lo stesso. Alla domanda su Gaza, De Luca aveva risposto parlando di “guerra dentro i centri abitati”, di “spostamenti della popolazione da nord a sud e da sud a nord”, della necessità di non applicare la parola genocidio a una situazione che lui inquadra come conflitto urbano, come Mosul, come Raqqa, come Mariupol. E soprattutto aveva detto: “Sento la mancanza di altre mobilitazioni. Non ci sono per l’Ucraina, non ci sono per l’Iran”. Ovvero: il problema non è Gaza, il problema è la vostra sensibilità selettiva. Una mossa classica: spostare il fuoco dal carnefice alla coerenza degli osservatori.
Il trucco semantico del sionismo “minimo”
La mossa retorica di De Luca è raffinata quanto disonesta.
Ridefinisce (incredibilmente per chi conosce la storia) il sionismo come “il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale”. Chiunque creda nella soluzione a due stati — sostiene — è già sionista senza saperlo. Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da renderla accettabile a chiunque.
Ma il sionismo non è nato come astrazione filosofica sull’autodeterminazione dei popoli come De Luca vuol far credere. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case, documentata da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica in cui definiva il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Erano ebrei. Conoscevano l’ebraico. Conoscevano la storia. De Luca conosce l’ebraico antico, traduce la Bibbia, frequenta le fonti. Sa leggere anche questo.
Ridefinire il sionismo come sinonimo di “coesistenza” nel 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania con la protezione dell’esercito, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario.
“Genocidio è una distorsione”: contro chi?
De Luca respinge l’uso della parola genocidio definendola “distorsione storica e verbale” e sostiene che il numero di vittime civili sarebbe la conseguenza delle guerre urbane contemporanee combattute in aree densamente popolate. L’argomento è: se Israele avesse voluto sterminare un popolo, aveva un bersaglio fermo e invece ha ripetutamente spostato la popolazione. Dunque non è genocidio.
Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato.
Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come obiettivo. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione d’intenti, richiede la prova dell’effetto sistematico e della distruzione intenzionale delle condizioni di vita di un gruppo. La tesi israeliana — che gli spostamenti forzati della popolazione dimostrano la buona fede dell’esercito — è la stessa che De Luca ripropone come propria. Non è un’analisi indipendente. È la narrativa ufficiale di Tel Aviv rivestita di autorevolezza letteraria.
La Corte Internazionale di Giustizia non è composta da militanti pro-Gaza: è il massimo organo giudiziario dell’ONU, e ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio. Gli esperti indipendenti dell’ONU hanno parlato di “sterminio come metodo di guerra”. Medici Senza Frontiere documenta la distruzione sistematica di ospedali. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. Una scelta. Non una verità.
De Luca ha costruito la sua figura pubblica sul coraggio delle posizioni scomode. Ha difeso il sabotaggio della TAV davanti a un tribunale. Ha scritto La parola contraria come atto di militanza. Nel 2013 firmava appelli No Tav, scriveva pamphlet politici e trasformava ogni intervista in un atto di militanza. Allora letteratura e politica erano inscindibili, erano anzi la stessa cosa.
Oggi, quando si tratta di Gaza, la letteratura deve “restare libera da pressioni politiche”. Il principio viene invocato esattamente quando fa comodo a chi ospita.
Ma c’è un problema più sostanziale. Quando De Luca difendeva i No Tav, si schierava contro lo Stato italiano, contro i grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio.
Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo con il vestito del ribelle.
A Gomez, De Luca aveva detto di “sentire la mancanza di mobilitazioni per l’Ucraina e per l’Iran”, e aveva aggiunto di portare personalmente aiuti in Ucraina con un furgone usato. Nobile. Ma l’argomento della coerenza universale — “perché Gaza e non l’Ucraina?” — è il più vecchio escamotage per non rispondere di ciò che accade a Gaza. Le mobilitazioni per l’Ucraina esistono, hanno il sostegno dei governi, dei media, dell’Unione Europea. Gaza viene bombardata con armi occidentali mentre i governi occidentali discutono di sanzioni da non applicare. La sproporzione nell’indignazione pubblica riflette esattamente questo squilibrio strutturale — non l’ipocrisia dei manifestanti.
La presenza di De Luca al festival viene descritta da Israel Hayom come “un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”. Il quotidiano sa esattamente cosa sta comprando: non uno scrittore qualunque, ma una voce che viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Una voce che suona autentica a chi vuole essere rassicurato. Ogni volta che un intellettuale con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può dire: “Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale”. De Luca è prezioso proprio per questo. La funzione che svolge è quella di normalizzare l’inaccettabile con il sigillo della letteratura. Israele vuole che la cultura internazionale continui a fluire normalmente — festival, premi, traduzioni, incontri — come se nulla fosse. La normalizzazione culturale è parte della strategia, e Netanyahu lo ha detto esplicitamente più volte.
La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. Quando quel giudizio copre 70.000 morti con la parola “distorsione” e si offre come ornamento a un festival finanziato da chi quella guerra la conduce, bisogna dirlo senza perifrasi: non si tratta di coraggio intellettuale. Si tratta di una scelta. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere.
Né Erri De Luca né i suoi propagandisti.

Il paralogismo di Erri De Luca
12 Febbraio 2026 | COMUNE.INFO
«La parola” sionismo” indica il diritto di Israele a esistere come Stato. Chi sostiene la necessità di due Stati, Israele e Palestina, è naturalmente sionista, poiché considera Israele uno dei due Stati. Chi, invece, sostiene la cancellazione di Israele non è per la soluzione a due stati e coincide con Hamas» (Erri De Luca).
Quello di Erri de Luca è formalmente un sillogismo [1]. Ma si tratta di un sillogismo fondato su premesse fallaci. Dunque il ragionamento di De Luca è un paralogismo. Forse un sofisma, ma non posso sapere se De Luca è in errore per una fallacia involontaria del ragionamento o se è in malafede. Propendo per la prima ipotesi: De Luca ha fatto qualche errore logico che naturalmente presuppone qualche errore storico. E adesso cerchiamo di correggerlo.
Cosa vuol dire sionismo
Negli anni Trenta del secolo scorso i colonialisti inglesi dominavano il territorio di Palestina: molti ebrei immigravano in quel territorio, e convivevano più o meno pacificamente con gli abitanti palestinesi. Da un certo momento in poi (si veda Palestine 1936 di Annemarie. Jacir che racconta benissimo questa vicenda), gli inglesi cominciarono a cedere parti del territorio di loro dominio all’entità politica sionista che si andava costituendo. Questa entità politica ha carattere colonialista perché eredita il privilegio di una potenza colonialista.
Nel maggio 1948 l’entità politica sionista viene riconosciuta dall’Onu come Stato. Nasce lo Stato di Israele: gli ebrei che avevano fino a quel momento convissuto (sempre meno pacificamente) con i palestinesi divennero uno stato insediato su un territorio abitato dai palestinesi. I sionisti aspiravano dichiaratamente a uno stato che inglobasse tutto il territorio palestinese, sottomettendolo e liberandolo dai suoi abitanti. “Una terra senza un popolo per un popolo senza terra” era la loro premessa falsa, e implicitamente genocidaria. Quella terra non era senza popolo. Hannah Arendt, Albert Einstein lo capirono e lo scrissero in una lettera firmata insieme a una trentina di altri intellettuali ebrei.
Il colonialismo aveva posto le basi per un conflitto sanguinoso interminabile, oppure terminabile solo con un genocidio compiuto. Dopo il 7 ottobre 2023 questo genocidio è stato avviato e procede nell’impotenza o nell’indifferenza del mondo. Erri De Luca lo sa.
Dopo la Conferenza di Madrid del 1991 la comunità internazionale avanzò una proposta che animò il movimento anti-colonialista dei palestinesi (non tutti, ma la maggioranza): la costituzione di due stati: due popoli due stati. Erri De Luca dice: chi crede nella prospettiva dei due stati è sionista perché riconosce l’esistenza dello Stato di Israele. Si potrebbe discutere di questa affermazione, ma io la prendo per buona, però mi chiedo: era questa la sola prospettiva che permettesse agli ebrei di vivere in quel territorio? Era la soluzione “due popoli due stati” la sola possibilità, dopo che gli europei avevano scaraventato gli ebrei fuori dal loro territorio? No. Non lo era. Ce n’era un’altra: la creazione di un’entità politica (chiamatela Stato se questa parola vi piace, a me non piace tanto) nella quale palestinesi islamici, palestinesi cristiani ed ebrei di varia provenienza potessero convivere, creare strutture di governo comune, e rispettare le regole stabilite in una costituzione laica.
Ma a questo punto comprendiamo cosa è il Sionismo. Il sionismo non rivendica il diritto degli ebrei ad abitare in quel territorio, ma rivendica il diritto degli ebrei a imporre un loro Stato a una popolazione che non ha alcun diritto politico, e che viene costretta a rinunciare alla sua casa e infine allo stesso diritto di vivere. L’esistenza di Israele è conseguenza di un atto colonialista e implicitamente genocida. Per questo io affermo che Israele non ha diritto di esistere. Quando (nel 2018) nella costituzione israeliana viene inserita la formula “Stato degli Ebrei”, il carattere esclusivo, integralista e razzista di Israele viene formalmente sancito.
Perché è nata Hamas?
Può darsi che il genere umano sia destinato a scomparire prima che giustizia sia fatta, anzi direi che è quasi certo. Ma non ci sarà giustizia fino a quando esisterà lo stato intrinsecamente genocidario di Israele.
Dopo avere detto questo voglio assicurare il bravo Erri De Luca che sono lontanissimo da Hamas. Hamas è una creazione dello Stato genocida di Israele, e più precisamente una creazione della strategia di cui Netanyahu è l’espressione. Hamas è nata dall’umiliazione che lo Stato genocida di Israele ha inflitto ai palestinesi a partire dal 1948, è nata dalla trasformazione in senso integralista e terrorista della maggioranza del popolo palestinese, dalla distruzione e sottomissione dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina.
L’atto culminante del progetto di Netanyahu è la strage del 7 Ottobre, che il governo di Israele ha previsto e reso possibile: le prove in questo senso sono molte, ma un’indagine su quello che è accaduto veramente in quel giorno è attivamente impedita dal governo criminale di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir.
Io non sto con Hamas, sto dalla parte del pensiero laico e non razzista, sto dalla parte degli internazionalisti, di coloro che non credono che uno Stato debba corrispondere a un popolo, a un’etnia, a una razza, a una fede religiosa. Se Erri De Luca ha dimenticato cosa vuol dire stato laico, o cosa vuol dire internazionalismo deve tornare a scuola. Se Erri De Luca pensa che la realtà è incompatibile con l’internazionalismo forse ha ragione: cento anni di sopraffazioni, violenze, umiliazioni, terrore, sterminio hanno forse reso impossibile la convivenza tra palestinesi ed ebrei, e più in generale la convivenza tra gli umani. Ma allora gli consiglio di non costruire sillogismi falsi, ma di riconoscerlo: il nazionalismo, che i Sionisti hanno ereditato da Adolf Hitler, è la principale causa di terminazione del genere umano, che si delinea come inevitabile e sempre più vicina, molto prima della fine del secolo ventuno.
Nota
[1] Sillogismo: ragionamento costituito da una premessa maggiore affermativa o negativa, da una premessa minore, da una conclusione che ne deriva necessariamente. Sillogismo: Tutti gli uomini sono mortali. Io sono un uomo. Dunque io sono mortale“.
Paralogismo: ragionamento logicamente conseguente ma fondato su fallacie fattuali dovute a ignoranza o a malafede.Parliamo di sofisma quando la fallacia dell’argomentazione è intenzionale. Paralogismo: Tutti gli uomini sono immortali. Io sono un uomo. Dunque io sono immortale.

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