ITALIA / MIGRANTI. I richiedenti asilo deportati in Sardegna-isola di confino
- LE MALETESTE

- 13 ago
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Da Trieste alla Sardegna, il viaggio forzato dei richiedenti asilo in un sistema di controllo che spezza reti, diritti e autonomia: “Qui abbiamo pensato di impazzire”
di Giulia Ghirardi
12 Agosto 2026, 07:01
Un nome su un foglio appeso in bacheca di mercoledì pomeriggio, la partenza il giovedì mattina e una destinazione generica, "Sardegna", da cui è impossibile tirarsi indietro se non a prezzo di perdere ogni diritto. È così che B. ha scoperto di dover lasciare Trieste per essere mandato a Jazeera, l'isola: il non-luogo a centinaia di chilometri dove tornare alla vita appare un'impresa quasi impossibile.
Dopo anni trascorsi a schivare la violenza delle frontiere europee lungo la rotta balcanica e a sopravvivere al gelo dei magazzini abbandonati del Porto Vecchio, B. era riuscito a costruirsi a Trieste una fragile parvenza di normalità: relazioni, volontari, corsi di italiano e la speranza di trovare un lavoro. Poi, all'improvviso, il trasferimento forzato. Risultato? Mesi spesi nell'entroterra sardo nell'attesa estenuante dei documenti, lavorando di notte in fabbrica per pochi spiccioli e vivendo in un'ex fattoria sperduta tra i campi resa centro di accoglienza: "Qui abbiamo pensato di impazzire".
Il caso di B., però, non è un'eccezione o un disguido burocratico: è il simbolo di una violenza sistemica e programmata. La stessa che un'indagine promossa dalle associazioni No Name Kitchen (NNK) e ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) ha analizzato, evidenziando come l'intero sistema di accoglienza si sia trasformato in un dispositivo di controllo, abbandono e sradicamento umano.
La storia di B. e l'incubo di Jazeera
La storia di B. incarna il dramma di centinaia di persone in movimento. Dopo essere scappato dal Pakistan, allo scoccare della maggiore età B. arriva a Trieste. Per settimane dorme tra le macerie del Porto Vecchio, il cosiddetto Khandwala ("casa rotta" in pashto). Inserito, infine, nel centro di prima accoglienza di Campo Sacro, inizia l'integrazione. O, quasi.
La promessa verbale di un trasferimento in una città limitrofa, smentita appena 24 ore dopo con il ricatto dell'imbarco verso la Sardegna. Giunto sull'isola, il suo fascicolo è sprofondato in un buco nero amministrativo: mesi di attesa solo per ottenere il modello C3 (per formalizzare la richiesta di protezione internazionale in Italia) e la mancata consegna del permesso di soggiorno provvisorio. Per sopravvivere, la sola via d'uscita è stata il lavoro informale e notturno in fabbrica. Oggi B. vive confinato in una ex fattoria nelle campagne sarde, "un luogo bellissimo per trascorrere una settimana di vacanza, ma una prigione a cielo aperto se si è costretti a viverci in attesa che una Commissione decida del proprio futuro", ha commentato.
Come funziona la rotta Trieste-Sardegna
Trieste è il principale punto di arrivo in Italia per chi percorre i Balcani, ma la sua capienza abitativa è mantenuta perennemente sottodimensionata. Strutture di primissima accoglienza come Casa Malala e Campo Sacro lavorano ad altissima rotazione. Per svuotare la piazza triestina, dunque, la macchina amministrativa attiva trasferimenti interregionali di massa: nel periodo monitorato dal report, ben l'85 per cento dei richiedenti asilo spinti via da Trieste viene mandato in Sardegna.
I trasferimenti avvengono secondo un meccanismo rigido, verticistico e quantitativo: le persone ricevono moduli prestampati in italiano in cui la destinazione è indicata unicamente con la dicitura "Sardegna". I tempi per opporsi o presentare memorie via email sono irrisori e "deliberatamente insufficienti". Chi si rifiuta di salire sul bus diretto al porto di Livorno può essere punito con la revoca immediata delle misure di accoglienza, finendo per strada.
Perché la rotta è problematica: disumanizzazione, isolamento e ricatto lavorativo
L'attivista e ricercatrice Arianna Locatelli – che insieme a Pietro Scagliotti e Anna Palchetti ha svolto il sopralluogo in Sardegna – ha chiarito a Fanpage.it il cuore politico del problema: "Il report analizza come il sistema di accoglienza porti a una disumanizzazione e oggettificazione del richiedente asilo che smette di essere una persona e diventa un oggetto che il sistema si sente libero di spostare dove e come vuole". I problemi denunciati dalla ricerca, emersi (tra l'altro) dalla testimonianza di B., si articolano su tre livelli: "isolamento geografico e alienazione mentale, negazione della tutela e precarizzazione e lavoro sottopagato".
Come spiegato nel report, i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) sardi sono spesso ex hotel dismessi, vecchi villaggi turistici o ex fattorie ubicati nell'entroterra, isolati dal mondo. Distanti chilometri dai centri abitati e privi di collegamenti di trasporto pubblico accessibili, costringono le persone a prosciugare l'intero pocket money (i 75 euro mensili spettanti per legge) solo per fare un biglietto dell'autobus. L'assenza di attività e la mancanza di prospettive, secondo i ricercatori e le ricercatrici, genera così un limbo psicologico "insopportabile". "Qui non hai attività, non hai proprio niente", ha raccontato B.. "Per forza ti ammali, passi il tempo a pensare, anche il sonno diventa una fuga e c'è chi trascorre 14 ore al giorno su TikTok pur di anestetizzare la realtà".
Non è finita qui. "I pasti forniti dalle strutture risultano spesso di qualità pessima o quantitativamente insufficienti, costringendo i residenti a spendere i propri pochi soldi per comprare il cibo o ad azionare forme di resistenza cucinando di nascosto in stabili abbandonati", ha continuato a spiegare Locatelli. L'accesso alle cure mediche "è un miraggio": "Ti danno la stessa medicina per qualsiasi male", ha riferito B.. In più, gli operatori legali "non ci sono quasi mai", rendendo impossibile procedere o capire lo stato della propria domanda di asilo.
Infine, ha sottolineato l'attivista a Fanpage.it, "sradicare le persone dalle reti sociali e lavorative che stavano costruendo a Trieste per catapultarle nel nulla significa spingerle deliberatamente verso il ricatto economico. Quando si ha la necessità urgente di lavorare e si viene lasciati per mesi nella totale inconsapevolezza, si è costretti ad accettare qualsiasi condizione". Il sistema di accoglienza alimenterebbe così una manodopera estremamente precaria: caporalato nei campi agricoli sotto il sole per 3-4 euro all'ora o turni notturni in nero nelle fabbriche.
Un piano di abbandono che non è accoglienza
Non basta garantire un tetto o un pasto per parlare di accoglienza. Se la gestione logistica di questo meccanismo comporta costi elevati per la collettività, significa che l'isolamento dei richiedenti asilo non è un incidente di percorso, ma risponde a un preciso disegno politico e di deterrenza, viene sottolineato nel report di No Name Kitchen e ICS.
"Ogni sgombero, ogni centro di accoglienza, ogni trasferimento si inserisce in un quadro più ampio di politiche migratorie nazionali ed europee, politiche che alimentano processi di disumanizzazione e oggettificazione dei richiedenti asilo", ha concluso Locatelli a Fanpage.it. Esattamente quello che è successo a B. e a centinaia di altre persone, spostate come pacchi postali da una parte all'altra del Paese, sradicate dalle reti che avevano costruito e confinate lontano dagli occhi della società. Il punto allora, però, non è più soltanto dove vengano trasferite queste persone, ma cosa il sistema produca attraverso quei trasferimenti: isolamento, dipendenza, precarietà, perdita di autonomia. Per questo chiamarla "accoglienza" suona come una contraddizione. Perché quando una persona può essere spostata, isolata e abbandonata per mesi, non siamo più davanti a una strategia di gestione dei flussi, ma alla sistematica demolizione della dignità e dell'autonomia di centinaia di persone.

DIRETTAMENTE dal Report "https://bloodyborders.org/wp-content/uploads/2026/05/NNK_Fuori-Rotta_Sardegna-Report.pdf"
Le persone arrivate in Italia attraverso la rotta balcanica che intendono chiedere asilo nel paese sono tenute a farlo nel minor tempo possibile manifestando alle autorità competenti, alla frontiera o nel territorio, la propria domanda di protezione internazionale. Il diritto dello straniero di chiedere asilo è riconosciuto, oltre che dalle fonti di diritto internazionale ed europeo, dalla Costituzione che all’art. 10 comma 3 stabilisce che “Lo straniero, al quale sia impedito nel FUORI ROTTA Tra Trieste e Sardegna 18 suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” .
L’accesso a tale diritto si esercita senza particolari formalità procedurali: è infatti sufficiente la semplice manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale presso le autorità competenti. La normativa europea e le leggi interne di recepimento, stabiliscono apposite procedure per garantire il diritto di rimanere sul territorio dello stato competente all’analisi della propria domanda di protezione e conseguentemente di accedere alle misure di accoglienza almeno per il tempo necessario alla valutazione della domanda. Una volta recepita la manifestazione di volontà di chiedere protezione internazionale, le autorità competenti sono tenute a prendere in carico la domanda entro tre giorni lavorativi, secondo quanto stabilito dall’articolo 26, comma 2, del d.lgs. 25/2008.
Nella prassi, tuttavia, a Trieste tale termine non viene sistematicamente rispettato, obbligando i richiedenti ad attese che possono protrarsi per diverse settimane e talvolta anche mesi 8 . Durante questo periodo le persone sono costrette a recarsi alle prime ore del mattino di fronte alla questura, finché alcuni agenti di polizia escono in strada e selezionano alcuni di loro, circa una quindicina al giorno, costringendo le restanti decine di persone a presentarsi i giorni seguenti. La procedura di selezione avviene in assenza di criteri trasparenti: gli agenti chiamano una specifica nazionalità, le persone provenienti dalla stessa alzano la mano e, tra queste, vengono poi individuati in modo del tutto discrezionale coloro che quel giorno potranno registrare la domanda. Gli altri torneranno la mattina seguente nella speranza di essere ammessi.
La manifestazione di volontà viene registrata tramite la compilazione di un apposito modello, noto come “C3”, contestualmente vengono prese le impronte digitali ed eseguito il fotosegnalamento. Compiuti questi adempimenti la domanda si considera formalizzata e al richiedente viene rilasciato un “attestato nominativo” che gli dà il diritto di rimanere sul territorio italiano almeno fino alla fine dell’iter di valutazione della domanda. A questo punto la questura fissa per ogni richiedente un appuntamento dinanzi alla Commissione Territoriale 9 : l’organo competente a valutare nel merito la domanda di asilo. L’esame della domanda avviene tramite l’audizione personale del richiedente, che consiste in un colloquio approfondito sulle motivazioni del suo arrivo in Italia e sui rischi che correrebbe in caso di rimpatrio nel Paese d'origine. Pochi giorni dopo il colloquio, la Commissione Territoriale è tenuta a decidere se riconoscere o diniegare la domanda.
Al momento della formalizzazione della richiesta di protezione, qualora il richiedente non disponga delle risorse necessarie per il proprio sostentamento, la Questura segnala la situazione alla Prefettura, che provvede all’assegnazione di un posto in un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), compatibilmente con la disponibilità dei posti. Nelle zone di frontiera caratterizzate da un alto numero di arrivi, le esigenze organizzative di gestione dei flussi nelle strutture di prima accoglienza possono comportare il trasferimento dei richiedenti protezione internazionale verso altre strutture di accoglienza presenti sul territorio nazionale. Le disposizioni di trasferimento dai centri di prima accoglienza avvengono su disposizione della Prefettura che comunica agli enti gestori dei centri il giorno, le persone e le modalità del trasferimento.
Alle persone così individuate, viene consegnata dal personale del centro la “disposizione di trasferimento” con l’invito a presentarsi la mattina seguente di fronte al centro da dove un pullman li porterà al porto di Livorno e da lì una nave al porto di Cagliari. Abbiamo esaminato tali provvedimenti, redatti su moduli prestampati e spesso senza nemmeno l’indicazione del nome del destinatario (si utilizza un generico “Lei”) né la città di collocamento, limitandosi a indicare la sola Regione (ad esempio, SARDEGNA). Gli ospiti dei centri che devono essere trasferiti possono formalmente opporsi a tale disposizione. Il provvedimento, infatti, prevede la possibilità di presentare “memorie e/o documenti comprovanti […] il diritto all’accoglienza” esclusivamente tramite email. Tuttavia, tale facoltà risulta sostanzialmente impossibile da esercitare: il termine molto ristretto (dalla sera del mercoledì al giovedì mattina) e la redazione dello stesso in italiano, impediscono ai destinatari di presentare effettivamente tali “controdeduzioni”. Il provvedimento non manca tuttavia di sottolineare che in caso di mancata presentazione all’orario e nel luogo indicato per la partenza, verranno revocate automaticamente le misure di accoglienza ai sensi dell’ art. 23, comma 1, lett a) del D.Lgs 142/2015).
Alcuni richiedenti si domandano cosa accadrebbe in caso di rifiuto del trasferimento, altri chiedono di essere destinati vicino ad amici o familiari, altri accettano passivamente la meta assegnata. Tuttavia, nessuna richiesta di permanenza o modifica della destinazione può incidere sul provvedimento di trasferimento il quale attua una direttiva ministeriale basata su un criterio esclusivamente numerico di redistribuzione, oltrepassando dunque ogni considerazione di carattere personale del richiedente, come ad esempio l'esistenza di legami affettivi o promesse lavorative in altre regioni e che potrebbero invece agevolare l’inserimento nel territorio italiano. All’arrivo sull’isola, un’équipe di medici esegue uno screening di circa 20 minuti per ciascun richiedente al fine di individuare l’esistenza di problemi di salute. I richiedenti attendono in uno stanzone e vengono chiamati uno ad uno. Lì operatori e operatrici sanitari fanno una visita approssimativa e domande su eventuali patologie pregresse. Non si tratta di una visita particolarmente approfondita stando a quanto ci è stato detto. P. ci dice che durante la visita medica generale a Cagliari ha parlato del fatto che aveva mal di denti ma che non ha avuto alcun effetto. “Non hanno controllato, hanno solo detto "non hai malattie? no". Dopo ho detto che avevo un problema al dente e ho detto "ah ecco guarda [il dente]", l’hanno segnato e non hanno fatto niente”. Ad oggi non ha ancora avuto modo di farsi visitare da un dentista. In base al nuovo schema di capitolato di appalto del 2024, la visita medica d’ingresso deve essere garantita a tutti gli ospiti dei centri ed è una responsabilità diretta dell’ente gestore tramite il medico responsabile sanitario. Successivamente, le persone vengono assegnate alle rispettive destinazioni locali.
“I centri di accoglienza per richiedenti asilo sono per lo più ubicati in zone sub-urbane e periferiche, localizzate ai margini delle città. L’isolamento cui sono confinati i centri di accoglienza rispetto alle realtà cittadine, quando caratterizzato anche dalla privazione della libertà di movimento dei migranti, è stato descritto come un processo di encampment (Verdirame, Harrell-Bond 2005). In generale, è stato sottolineato il ruolo del campo come «processo politico intenzionale di segregazione» (Pinelli 2014: 72) e il suo rapporto con le pratiche di controllo e circolazione dei migranti 10 (Makaremi, Kobelinsky 2008)”. L’isolamento geografico è ciò che accomuna la stragrande maggioranza dei CAS che abbiamo visitato durante il monitoraggio. I campi si trovano spesso lontani dai centri urbani o comunque poco forniti dalla rete di trasporti locali. Spesso gli ospiti sono costretti a camminare chilometri prima di arrivare alla stazione dei bus o dei treni più vicina. Abbiamo visitato un CAS, sulla mappa nemmeno troppo lontano da Cagliari, capoluogo della regione Sardegna, raggiungibile solo con una stradina sterrata che anche la nostra macchina ha avuto difficoltà ad affrontare. Spesso inoltre, i centri abitati più vicini sono piccoli agglomerati urbani che offrono un numero estremamente limitato di servizi. Per raggiungere città un po’ più estese, si è costretti ad acquistare dei biglietti tra andata e ritorno (anche talvolta più di due), una spesa insostenibile considerando che il pocket money mensile ammonta a un totale di 75 euro.
… Raccomandazioni finali e responsabilità istituzionali
• Le evidenze raccolte nel corso della ricerca mostrano criticità strutturali che non possono essere ricondotte a episodi isolati o a disfunzioni occasionali, ma che appaiono il risultato di modalità sistematiche di gestione dell’accoglienza e dei trasferimenti interregionali. Le condizioni documentate nei centri visitati — isolamento geografico, insufficiente accesso alle cure mediche, carenze nell’informazione legale, inadeguate condizioni materiali e ostacoli all’esercizio effettivo dei diritti — impongono una chiara assunzione di responsabilità da parte delle autorità competenti.
• Gli autori ritengono necessario che il Ministero dell’Interno, le Prefetture competenti e gli enti gestori garantiscano il pieno rispetto degli obblighi previsti dalla Direttiva 2013/33/UE, dal D.Lgs. 142/2015, dalla Direttiva 2013/32/UE, dal D.Lgs. 25/2008 e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, con particolare riferimento al diritto a condizioni di accoglienza dignitose, all’accesso alle cure sanitarie, all’informazione legale e alla tutela della vita privata e familiare.
• Alla luce di quanto emerso, si ritiene urgente l’introduzione di meccanismi di monitoraggio indipendente e periodico dei centri di accoglienza, accessibili anche alla società civile e agli organismi di tutela dei diritti umani, nonché la pubblicazione trasparente dei dati relativi ai trasferimenti interregionali, ai criteri utilizzati per la redistribuzione e alle condizioni effettive delle strutture di destinazione.
• Si raccomanda inoltre che ogni trasferimento venga preceduto da una valutazione individuale che tenga conto delle vulnerabilità personali, delle condizioni psicofisiche, dei legami sociali e territoriali già costruiti e dell’effettivo accesso ai servizi essenziali nel territorio di destinazione. Le pratiche documentate nel presente report mostrano infatti come trasferimenti disposti secondo logiche esclusivamente numeriche possano produrre interruzioni nei percorsi di cura, isolamento sociale e ostacoli concreti all’accesso alla procedura di asilo.
• Gli autori ritengono altresì necessario verificare con urgenza la conformità dei centri monitorati agli standard previsti dal capitolato CAS 2024, in particolare rispetto ai servizi sanitari, alla mediazione linguistico-culturale, alle condizioni igienico-sanitarie, alla qualità dell’alimentazione e all’accessibilità territoriale delle strutture. Qualora tali standard non risultino rispettati, le autorità competenti dovrebbero adottare tempestivamente misure correttive, incluse eventuali sospensioni o revoche delle convenzioni con gli enti gestori responsabili.
• Infine, si ritiene fondamentale superare l’approccio emergenziale che continua a caratterizzare la gestione dell’accoglienza a Trieste e dei successivi trasferimenti verso altre regioni. L’assenza di una programmazione strutturale, i ritardi nell’accesso alla procedura di asilo e il ricorso sistematico a trasferimenti verso territori fortemente isolati rischiano di trasformare il sistema di accoglienza in un dispositivo di marginalizzazione amministrativa e sociale incompatibile con i principi fondamentali del diritto nazionale ed europeo.
Qui sotto, tutto il Rapporto completo:
"Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna"

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