ITALIA / RIMPATRI. Premio in denaro ai legali che assisteranno i migranti nei rimpatri volontari
- LE MALETESTE

- 20 apr
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Due norme del DL n.23/2026 disegnano un sistema coerente: da un lato si restringe l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna un provvedimento di espulsione, dall’altro si condiziona il compenso dell’avvocato all’effettivo rimpatrio del proprio assistito.

a cura di ARTICOLO 21, PRESSENZA, OSSERVATORIO REPRESSIONE
E’ una specie di prezzo della libertà o del trattenimento nei Cpr, a seconda di come lo si guardi. Comunque un’aberrazione giuridica e il superamento della frontiera dei diritti civili, tutto contenuto nell’emendamento al Dl Sicurezza approvato venerdì su proposta della maggioranza ma che in poche ore si è trasformato in un boomerang politico. I primi a sollevare polemiche sono stati proprio gli avvocati. Il Consiglio nazionale forense, ossia il massimo organismo di rappresentanza della categoria, ha detto di non sapere nulla di quell’emendamento e di non essere mai stato interpellato sul punto.
Nello specifico il passaggio del Dl prevede una “spinta” ai rimpatri volontari assistiti dei migranti. Per incentivarli si è pensato a un compenso per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante interessato. In pratica scatterebbe un compenso al legale della stessa misura del contributo economico oggi previsto per il migrante, e pari a 615 euro. Sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”.
Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati i dati del ministero dell’Interno per cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l’anno.
Il compenso condizionato: quando il difensore lavora per il rimpatrio
L’art. 30 bis completa il quadro con una logica che, una volta capita, non si presta ad alcuna lettura benevola. La norma prevede un meccanismo di compenso per gli avvocati che assistono cittadini stranieri nell’ambito dei programmi di rimpatrio assistito — ma il compenso scatta soltanto se il proprio assistito presenta domanda di rimpatrio volontario e viene effettivamente rimpatriato.
Non si paga la difesa. Si paga il risultato. E il risultato è la partenza.
Il termine remigration, che circola da anni negli ambienti della destra europea per indicare l’obiettivo politico di inversione dei flussi migratori, descrive esattamente questa logica: non gestire la presenza di stranieri sul territorio, ma ridurla attraverso ogni strumento disponibile, inclusi quelli giuridici. Il decreto sicurezza non è una misura emergenziale nata da un’urgenza specifica. È un tassello di quel progetto, tradotto in norme tecniche sufficientemente presentabili da superare il vaglio parlamentare senza troppo rumore.
Lo stesso emendamento interviene anche sulle espulsioni a seguito di una condanna, una delle pene sostitutive che in alcuni casi può essere disposta dal giudice. Ora il magistrato di sorveglianza incaricato di decidere dovrà prendere in considerazione la richiesta di espulsione con priorità rispetto a qualsiasi altra istanza, e dovrà decidere entro quindici giorni. Ancora, sempre a proposito di avvocati, un articolo del decreto di fatto cancella il gratuito patrocinio per i migranti che hanno intentato delle cause contro le espulsioni. Gli stessi avvocati che però vengono incentivati economicamente a convincere i propri assistiti a lasciare il Paese.
Uno stato di diritto non si misura dalle norme che scrive ma dalle condizioni che crea perché quelle norme siano effettive. Un diritto che esiste sulla carta ma non nella pratica non è un diritto: è una promessa non mantenuta, usata per legittimare un sistema che ha già deciso l’esito prima che il procedimento cominci.
La Camera deve convertire il decreto entro il 25 aprile. Il Parlamento sa cosa significa quella data. Sarebbe utile che lo ricordasse prima di votare.
Le risposte ad oggi
il Cnf (Consiglio Nazionale Forense) precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”, si legge in una nota del Cnf che ora “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento”. Si sottolinea altresì che “le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
Anche l’Organismo Congressuale Forense (la rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana) ha ribadito la contrarietà al decreto sicurezza lanciando lo stato di agitazione, "Il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento...".
Non meno duro il giudizio dell’Associazione Nazionale Magistrati. “Esprimiamo il nostro sconcerto, condividendo le preoccupazioni espresse in queste ore dal mondo dell’avvocatura in merito alle novità introdotte dal decreto Sicurezza durante l’esame parlamentare.

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