ITALIA / Tortura e carceri. Condannati agenti dal tribunale di Torino e condannata l'Italia dall' ONU
- LE MALETESTE

- 8 mag
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Le motivazioni della sentenza svelano il sistema di torture nel carcere di Torino
di Stefano Baudino
7 Maggio 2026 - 19:00 | L'INDIPENDENTE
Il Tribunale di Torino ha depositato nelle scorse ore le motivazioni della sentenza, pronunciata il 6 febbraio, con cui sono stati condannati per torture sui detenuti otto agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino.
Le pene vanno dai cinque mesi fino a tre anni e quattro mesi di reclusione. Gli episodi sono avvenuti tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C, il reparto destinato ai detenuti per reati sessuali. I giudici hanno letto le violenze non come episodi isolati, bensì come un sistema di controllo del corpo e della psiche: nella sentenza si fa infatti esplicito riferimento a umiliazioni e vessazioni, denotate da una «violenta e gratuita ostentazione di potere», che hanno inciso sulla dignità dell’uomo prima ancora che sullo status detentivo.
Il contenuto delle motivazioni, in effetti, parla da solo: «È stato costretto a subire vessazioni verbali, umiliazioni morali e percosse fisiche. La sua dignità è stata gravemente lesa: l’uomo, oltre che il detenuto, si è visto “spogliato” non solo materialmente, ma anche metaforicamente, rimanendo nudo di fronte a una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere», si legge in relazione al trattamento subìto da un detenuto del padiglione C della casa circondariale di Torino.
I giudici scrivono come dalle indagini sia emerso «il livello di tensione e intimidazione che alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria avevano creato in quegli anni all’interno del carcere di Torino», dove «i detenuti (quantomeno alcuni) venivano sviliti, terrorizzati, costretti a fare cose del tutto disdicevoli ed umilianti pur di non subire ulteriori ripercussioni».
I giudici analizzano anche il pestaggio ai danni di un ragazzo «in difficoltà fisica e psicologica» verificatosi «in un luogo visibile a tutti gli altri detenuti», dunque «nella convinzione da parte degli agenti di poter usufruire di una qualche forma di totale impunità, che ha reso ancora più profondo il senso di impotenza, vergogna e umiliazione» provato dalla vittima.
Secondo il rito del cosiddetto “battesimo” per i nuovi entrati nel padiglione, alcuni detenuti venivano colpiti «violentemente con schiaffi al volto e al collo, pugni sulla schiena», altri puniti con «perquisizioni arbitrarie e vessatorie, gettando vestiti per terra, strappando le mensole dal muro e spruzzando detersivo per i piatti sul materasso e sui vestiti». A detta dei giudici, si trattava di «una pratica nota che tutti i soggetti ristretti sapevano di dover subire, accettandolo come dato certo ed inevitabile, quanto doloroso».
Questo caso giudiziario si inserisce in un contesto nazionale preoccupante. L’Italia è finita nuovamente nel mirino del Comitato ONU contro la tortura, che tra le altre cose ha sottolineato la definizione ancora nebulosa del reato di tortura previsto dall’articolo 613-bis del codice penale, introdotto solo nel 2017 con notevole ritardo. A differenza di quanto stabilito dalla Convenzione ONU, la formulazione italiana evita infatti di sottolineare intenzionalità e scopo, elementi centrali per definire un atto di tortura. Inoltre, la tortura è configurata come un reato generico che può essere commesso da chiunque, non specificamente dalle forze dell’ordine «o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale».
L’azione dei partiti che sostengono il governo sembra però muoversi in maniera opposta alle modifiche auspicate dall’ONU. Proprio Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, ha presentato già nel 2023 un progetto di legge per abrogare il reato di tortura, sostenendo che «il rischio di subire denunce e processi strumentali potrebbe disincentivare e demotivare le forze dell’ordine». Il progetto di legge prevede, nello specifico, «l’introduzione di una nuova aggravante comune per dare attuazione agli obblighi internazionali discendenti dalla ratifica della CAT (la Convenzione contro la tortura, ndr) e la contestuale abrogazione delle fattispecie penali della tortura e dell’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura», previsti dagli artt. 613-bis e ter del codice penale. L’intenzione, insomma, è di cancellare i reati così come sono formulati dalla legge per introdurre un obbligo, più generico, di rispetto della Convenzione internazionale.
In Italia “gravi attacchi allo stato di diritto”: il rapporto del Comitato ONU contro la tortura
di Valeria Casolaro
5 Maggio 2026 - 20:03 | L'INDIPENDENTE
Violenza di polizia, respingimenti alle frontiere, decreti sicurezza, CPR: l’Italia è finita di nuovo nel mirino del Comitato ONU contro la tortura, che in un recente rapporto ha messo in discussione numerose politiche attuate negli ultimi anni. Molte tra quelle incriminate sono misure bandiera del governo Meloni, le quali, per il Comitato, rappresentano una “minaccia ai principi fondamentali dello stato di diritto”. Dalla situazione delle carceri alla repressione del dissenso e delle libertà civili, passando per la violazione dei diritti dei migranti fino ai decereti sicurezza e allo scudo penale per la polizia, le criticità individuate sono molteplici e caratterizzano nel profondo il programma politico dell’attuale governo.
In prima istanza, il Comitato critica la definizione ancora nebulosa del crimine di tortura, già introdotto con notevole ritardo rispetto a diversi altri Paesi. Uno dei primi provvedimenti di Fratelli d’Italia, partito di Giorgia Meloni, a pochi mesi dalla formazione del governo, fu proprio una proposta di legge che ne chiedeva l’abrogazione, per tutelare le forze dell’ordine dal rischio di “denunce e procedimenti strumentali”.
Di fatto, come segnalato dalla Commissione ONU, la definizione stessa del reato di tortura così come prevista dall’art. 613 bis del Codice Penale è formulata in modo che la sostanza differisca notevolmente da quanto definito dalla Convenzione contro la tortura. Così come formulato nel Codice italiano, infatti, il reato evita di sottolineare intenzionalità e scopo, elementi centrali nel definire un atto di tortura. In aggiunta a ciò, la tortura è definita in modo da diventare un reato generico che può essere commesso da qualsiasi individuo e non specificamente dalle forze dell’ordine “o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale” (art. 1 Convenzione).
Un nodo centrale riguarda i diritti basici delle persone indagate che, secondo quanto rilevato dalla Convenzione, vengono sistematicamente negati – dalla possibilità di comunicare ai familiari il proprio stato di arresto, alla mancata comunicazione dei propri diritti (specie agli stranieri), fino alle difficoltà di accedere a un avvocato (in particolare al gratuito patrocinio) e alla possibilità di essere trattenuti fino a 24 ore dagli agenti per “scopi identificativi”, anche se non ci si trova tecnicamente in arresto (art. 349 del Codice di Procedura Penale). Alla stessa maniera, il Comitato ha espresso “serie preoccupazioni” per le condizioni delle carceri, dove il sovraffollamento sfiora il tasso del 138%. Le condizioni materiali di detenzione sono in costante peggioramento, tra scarso accesso ad attività educative e a cure mediche. L’inadeguata attenzione riservata ai detenuti con problemi psichici, inoltre, non fa che peggiorare la situazione.
A testimoniare la criticità della situazione vi è il numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” anche a causa di un alto numero di suicidi in carcere, sui quali le indagini, scrive il Comitato, sono condotte con “ritardo significativo”. Un capitolo a sè stante è dedicato al 41-bis, del quale si richiede una revisione e una applicazione solo in casi “assolutamente necessari”.
Il trattamento riservato alle persone migranti, poi, occupa un ampio capitolo del documento del Comitato ONU. Se, da un lato, il principio di non respingimento viene puntualmente violato anche grazie a politiche che interpretano la migrazione come una questione prettamente securitaria, dall’altro l’esternalizzazione delle frontiere e delle procedure di asilo violano sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo.
D’altronde, l’Italia ha implementato strumenti per il controllo della migrazione, quali il memorandum di intesa con la Libia (siglato dal governo Gentiloni nel 2017 e successivamente rinnovato) e i CPR in Albania, che hanno trovato il pieno appoggio dell’Europa, la quale li ha presi a modello per definire le proprie politiche anti-migranti e cementificare i propri confini. Gli accordi con la Libia, infatti, sono stati stipulati nonostante sia un dato di fatto, sancito anche dall’esito di alcuni processi, che nello Stato nordafricano tortura, stupri, pestaggi e altri trattamenti violenti e inumani siano prassi consolidate nel trattamento riservato ai migranti dalle autorità (analogamente a quanto accade in Tunisia). Documenti quali il memorandum del 2017, tuttavia, sanciscono la collaborazione dell’Italia con la cosiddetta “guardia costiera libica”, cui vengono tutt’oggi forniti mezzi e fondi per operare le intercettazioni e i respingimenti dei migranti in mare – che spesso si concludono con la morte di questi ultimi. Non che un trattamento molto migliore sia ad essi riservato sul suolo italiano: sono molteplici, risontra il Comitato ONU, le accuse di uso eccessivo della violenza da parte delle forze dell’ordine contro i trattenuti nei Centri di Permanenza e Rimpatrio.
Il decreto Sicurezza (legge 80/2025) approvato lo scorso anno rappresenta infine un ultimo, cruciale tassello dell’analisi del Comitato. Esso rischia infatti di costituire un attacco diretto allo stato di diritto, a causa dell’aumento dei poteri concessi alla polizia e della contemporanea criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta – incluse le proteste pacifiche dei detenuti nelle prigioni o dei trattenuti nei CPR. Chi è impegnato in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani, scrive il Comitato, rischia di incorrere in persecuzioni giudiziarie ed in eventuali condanne spropositate – anche grazie a provvedimenti quali il primo cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), volta a regolare i flussi migratori e criminalizzare le attività delle ONG che operano i salvataggi in mare.

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