MIGRANTI / DONNE. Sette donne migranti su dieci sono vittime di abusi


Sette donne migranti su dieci vittime di abusi: i report-choc sui viaggi della speranza
Gli studi che confermano gli orrori. Le testimonianze raccolte documentano anche le strategie utilizzate dalle straniere per ridurre le conseguenze di quanto subìto
8 settembre 2026 | AVVENIRE
Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante.
Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenhagen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. «Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia», scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta.
Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale.
Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia.
Il progetto di ricerca, durato un anno e commissionato al Diis dalla Croce Rossa danese, si basa su 286 documenti della letteratura esistente relativi al periodo tra il 2015 e il 2025, tratti da diverse banche dati. Si aggiungono, poi, quindici interviste a professionisti che lavorano a contatto con le vittime in agenzie Onu, Ong, società nazionali della Croce Rossa e istituzioni nei Paesi di transito africani e in Italia, Francia o a bordo di navi nel Mediterraneo.
È un compendio di casi osservati sul terreno e di evidenze e dati, come quelli dello studio condotto nella periferia di Parigi in un centro per migranti dalla Libia di Médecins du Monde. Si è rilevato che il 53,3% delle donne aveva subito violenze sessuali. O come in una ricerca del 2023 condotta nel sud della Francia su richiedenti asilo donne con un tasso di incidenza di violenze del 75,2%.
In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie.
La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione. A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, «una delle paure più grandi di molte donne» in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a «bevande a base di erbe» o a pillole anticoncezionali.
Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta.
Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori.
Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale.

Dal Mediterraneo alla Manica per le donne la migrazione è più dura che mai
A Dunkerque, il campo viene sgomberato ogni settimana e l’accoglienza delle straniere sole o con bimbi resta a ostacoli. Molte hanno subito violenze lungo il percorso e anche in Francia
8 settembre 2026 | AVVENIRE
Hanno percorso a piedi paesi interi, dall’Africa all’Europa. Hanno attraversato il mare su carrette e gommoni stracarichi pronti a ribaltarsi ad ogni onda. Hanno provato la paura di essere intercettate in mare e deportate in Libia, nell’inferno dei centri di detenzione, vittime di violenze e stupri.
Ma, giunte sulle sponde francesi della Manica, pronte per l’ultimo “salto” e sbarcare così in Gran Bretagna, l’orrore continua. Violenze, muri e respingimenti sono all’ordine del giorno anche nel cuore del Vecchio Continente. «Non ci sono più le barche che partono dalla spiaggia – racconta Nihal Osman, coordinatrice del programma di Medici senza frontiere in Francia - Quello che vediamo oggi sulla costa settentrionale della Francia è molto diverso rispetto al passato. Le persone che cercano di attraversare la Manica e raggiungere l’Inghilterra sono ormai costrette a imbarcarsi direttamente dal mare».
Le taxi-boat ferme al largo
Le imbarcazioni che un tempo partivano dalla riva sono quasi scomparse: oggi vengono utilizzate delle vere e proprie “taxi-boat”, che si fermano al largo. Per raggiungerle, le persone devono entrare in acqua e camminare anche per 50-100 metri, cercando di evitare i controlli sulla spiaggia. Questo rende la traversata ancora più pericolosa, soprattutto per le donne, che spesso portano con sé bambini o bagagli e, in alcuni casi, sono incinte. I rischi della traversata sono aumentati per tutti ma soprattutto per loro. «Molte delle persone che incontriamo a Dunkerque hanno già attraversato paesi e continenti, il Mediterraneo centrale o l’Europa a piedi, affrontando esperienze estremamente pericolose. La maggior parte proviene da paesi colpiti da conflitti o da gravi crisi politiche, come Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan – prosegue la sua testimonianza Nihal - Quando si preparano a tentare la traversata, alcune persone hanno un giubbotto salvagente, altre non ne hanno. Sulla costa la presenza della polizia è molto forte. Ci sono filo spinato, camion con idranti schierati anche di notte e droni che sorvegliano continuamente le spiagge e le dune circostanti».
L’obiettivo di tutto questo, naturalmente, è di rendere sempre più difficile il tentativo di attraversamento. «Il fatto che oggi le persone non possano più imbarcarsi direttamente dalla riva è anche una conseguenza di questa presenza massiccia della polizia. È parte della strategia attualmente applicata in Francia: intercettare i tentativi di attraversamento il più lontano possibile e il prima possibile». La strategia della Francia, combinata alla presenza massiccia delle forze dell’ordine sulle spiagge, «porta a situazioni drammatiche – racconta l’operatrice -. Una donna ci ha raccontato di essere stata picchiata mentre teneva in braccio il figlio, che è caduto durante l’aggressione, e di essere stata nuovamente colpita mentre era a terra accanto a lui».
Le proteste anti-migranti
Ma anche dall’altra parte della Manica, da tre giorni va in scena una “protesta” anti-migranti. L’ultima, domenica sera, con circa 500 persone giunte sul porto di Portsmouth, nella contea dell’Hampshire, dopo aver saputo dello sbarco attraverso la Manica di un ultimo gruppo di circa 150 “clandestini”. La “marcia” segue quella analoga svoltasi venerdì scorso a Dover, nel Kent, dove il porto è stato bloccato per un paio d’ore da alcune centinaia d’individui vestiti di nero e col volto mascherato da passamontagna.
Lo sgombero dei campi
La strategia di sicurezza messa in campo dal governo francese non passa solo dai controlli alle frontiere. Da anni infatti gli operatori umanitari assistono anche allo sgombero dei campi in cui vivono. «Durante le operazioni di sgombero, gli effetti personali delle persone vengono spesso distrutti. Si perdono le tende, i telefoni, gli oggetti personali, tutto ciò che permette di restare in contatto con familiari e amici e, in alcuni casi, persino i documenti di identità».
Manca un sistema di accoglienza
«Non c’è un sistema di accoglienza adeguato. È anche per questo che Medici Senza Frontiere ha creato un rifugio d’emergenza dedicato alle donne e ai bambini». Negli ultimi tempi, inoltre, si registra un aumento significativo del numero di donne che arrivano sulla costa. Molte di loro hanno subito violenze sessuali lungo il percorso. In alcuni casi, anche dopo il loro arrivo in Francia. Sperano di raggiungere l’Inghilterra, ma possono rimanere bloccate per lungo tempo al confine. E anche quando riescono ad arrivare in Inghilterra vengono poi detenute e rimandate in Francia. «Abbiamo incontrato persone che non sapevano nemmeno dove si trovassero. Non sapevano in quale paese fossero, né quale procedura avessero attraversato. Erano in uno stato di estrema sofferenza e disorientamento. È l’immagine di un circolo vizioso. Persone che arrivano in Francia, attraversano la Manica, vengono rimandate indietro dall’Inghilterra e tornano nuovamente verso il confine franco-britannico per tentare un’altra volta una traversata estremamente pericolosa».
FOTO DI COPERTINA: una migrante porta in braccio un bambino lungo la spiaggia
prima di tentare di salire a bordo di un gommone in partenza dalla costa settentrionale della Francia,
nel tentativo di attraversare la Manica e raggiungere la Gran Bretagna, dalla spiaggia di Petit-Fort-Philippe a Gravelines, vicino a Calais, Francia, il 6 settembre 2026

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