
LE MALETESTE
7 ott 2025
Un'inchiesta dettagliata e documentata di come Israele si serva delle milizie dei coloni per dirigere le operazioni militari in Cisgiordania - KOBI SNITZ
Israele estende agli avamposti un’autorità militare già priva di restrizioni per l’esercito "ufficiale". A operare lo sfollamento dei palestinesi sono le unità regionali. Esistono da decenni, ma ora sono quintuplicate. E ricordano l’avvento del fascismo in Italia
di Kobi Snitz *
7 ottobre 2025
Per comprendere alcune delle dinamiche politiche che hanno portato un gran numero di israeliani a sostenere l’espulsione di massa, si possono esaminare le atrocità del secolo scorso. Nel suo libro The anatomy of fascism (L’anatomia del fascismo), Robert Paxton delinea cinque fasi nello sviluppo dei movimenti fascisti. Fasi che non sono intese come una lista di controllo per stabilire quali regimi siano fascisti, ma sono utili come elementi chiave di una dinamica politica distruttiva: «1, la creazione dei movimenti; 2, il loro radicamento nel sistema politico; 3, la loro presa di potere; 4, l’esercizio del potere; 5, la lunga durata, durante la quale il regime fascista sceglie tra radicalizzazione o entropia».
ALCUNI DI QUESTI elementi potrebbero essere stati nella mente dell’allora vicecapo di stato maggiore dell’esercito israeliano Yair Golan, che ha affermato: «L’Olocausto deve portarci a riflettere sulla nostra vita pubblica…Perché se c’è qualcosa che mi spaventa nel ricordo dell’Olocausto, è discernere le tendenze nauseanti che hanno avuto luogo in Europa in generale, e in Germania in particolare, 70, 80 e 90 anni fa, e vederne le prove qui tra noi nel 2016».
Se esistono tendenze e dinamiche fasciste in Israele, cosa le alimenta? Paxton ha in mente un’organizzazione politica piuttosto coesa che assume il potere per gradi e lo esercita. Probabilmente non esiste un gruppo di questo tipo nella politica israeliana, ma alcune parti della destra israeliana hanno svolto ruoli simili nella versione israeliana di questa traiettoria.
Ad esempio, nei primi anni Venti, le camicie nere di Mussolini erano nella fase 2 della loro ascesa quando dimostrarono di essere più efficaci dello Stato nel proteggere i proprietari terrieri dall’organizzazione socialista dei lavoratori. Allo stesso modo, in Israele i coloni acquisiscono potere politico quando dimostrano di essere più efficaci dello Stato nel cacciare i palestinesi dai territori palestinesi occupati (Opt).
NON SI DEVE pensare che i coloni abbiano dirottato un Israele precedentemente più democratico e gli abbiano imposto le loro politiche di pulizia etnica, sottraendo così la responsabilità agli altri israeliani. In realtà, l’occupazione della Cisgiordania è avvenuta sotto un governo laburista e i suoi piani per la Cisgiordania sono stati delineati nel Piano Alon che, sebbene non sia mai stato formalmente adottato, ha comunque plasmato la politica israeliana sin dal suo inizio. Il piano Alon prevedeva di concentrare i palestinesi in centri urbani che avrebbero goduto di una sorta di autonomia limitata o sarebbero stati sotto il controllo giordano. Per il resto del territorio sotto il controllo israeliano, il piano prevedeva il minor numero possibile di palestinesi. In quasi sessant’anni di occupazione, Israele ha impiegato una vasta gamma di metodi per attuare l’obiettivo. Dalle restrizioni alla libertà di movimento al posizionamento strategico degli insediamenti e al rifiuto quasi universale di concedere permessi di costruzione ai palestinesi nell’area C.
DI TUTTI i metodi di sfollamento, nessuno è stato più efficace delle recenti fattorie agricole dei coloni. Come riportato dall’organizzazione per i diritti umani B’tselem: «Negli ultimi dieci anni, gli avamposti dei coloni e le “fattorie agricole” sono diventati uno dei metodi principali utilizzati da Israele per appropriarsi delle terre in Cisgiordania e cacciare le comunità palestinesi.
A differenza del processo burocratico necessario per istituire un insediamento ufficiale, gli avamposti “pirata” possono essere creati rapidamente, con risorse e manodopera relativamente limitate».
L’esercito e la polizia sostengono e aiutano i coloni in due modi fondamentali: «In primo luogo le autorità israeliane non sono in grado o non sono disposte ad applicare la legge agli israeliani che danneggiano i palestinesi e le loro proprietà nei territori palestinesi occupati, garantendo loro l’immunità per atti di violenza, tra cui aggressioni, percosse, uso di armi da fuoco, lancio di pietre, minacce, incendi dolosi, furti, danneggiamento dei raccolti e diversi tipi di vandalismo».
In secondo luogo, Israele sta estendendo ai coloni l’autorità militare che, in regime di occupazione militare, ha poche restrizioni. Questo trasferimento di autorità avviene attraverso le unità di difesa regionali che esistono da decenni, ma che sono aumentate di cinque volte dall’inizio della guerra.
Come riportato da Haaretz, tra le persone reclutate per le unità di difesa regionali figurano coloni condannati per reati violenti contro palestinesi e attivisti solidali. A differenza degli altri soldati, reclutati in unità dell’esercito regolare con una chiara struttura di comando e controllo, le unità di difesa regionali sono in gran parte non supervisionate o supervisionate dai coloni. Infatti, i coloni hanno pubblicato annunci per cercare israeliani disposti a proteggere i loro avamposti come soldati. Il controllo dei coloni sulla difesa regionale è così profondo che possono selezionare i soldati che l’unità recluta e scegliere il loro incarico.
Come riportato da Haaretz: «Il colono proprietario dell’avamposto agricolo darebbe ordini a questo potenziale soldato. “Alla fine sarai gestito dalla persona responsabile dell’avamposto”, è stato detto (a un potenziale soldato). “Abbiamo già avuto riservisti in passato, ed è così che funzionava”».
In un caso, l’esercito ha congedato un soldato della difesa regionale di nome Avia Weinstock perché era stato condannato per «aggressione a un attivista di sinistra e a due palestinesi in due incidenti separati». Tuttavia, nonostante fosse stato congedato, Weinstock è apparso in un video di raccolta fondi per il suo avamposto illegale indossando l’uniforme dell’Idf. L’esercito ha spiegato che, sebbene non fosse più nell’esercito, era un civile autorizzato a portare armi.
OLTRE ALLE UNITÀ di difesa regionale, ai coloni vengono concesse armi e autorità militare anche attraverso le unità di sicurezza degli insediamenti. Il risultato è la creazione di milizie istituzionali, come riportato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din già nel 2014: «L’assenza di una chiara definizione dei poteri dei Csc (coordinatori della sicurezza civile, ovvero responsabili della sicurezza degli insediamenti) e la scarsa supervisione delle loro azioni portano a scontri e conflitti quotidiani tra i Cc (e le squadre di guardia civile degli insediamenti che rispondono a loro) e gli agricoltori palestinesi. In molti casi, agli agricoltori palestinesi viene impedito di coltivare la loro terra.
Sebbene lo Stato di Israele abbia iniziato a impiegare queste forze paramilitari negli insediamenti già nel 1971, a distanza di oltre 40 anni alcuni aspetti fondamentali delle loro operazioni non sono ancora stati definiti formalmente. Ad esempio, non sono state stabilite regole relative alla supervisione da parte dell’esercito della nomina dei Csc e delle squadre di guardia civili o delle loro operazioni. Non sono state definite nemmeno regole relative alle relazioni tra queste forze e i soldati di stanza negli insediamenti o altre unità dell’esercito. La responsabilità dell’operatività di queste forze è attualmente ripartita tra il ministero della Difesa, che ne finanzia le operazioni, l’Idf, che dovrebbe supervisionarne il lavoro, e gli insediamenti, che li nominano e fungono da loro datori di lavoro diretti».
Musab Rabai, residente nel villaggio di At-Tuwani a Masafer Yatta in Cisgiordania, descrive la situazione con le diverse forze armate: «I soldati coloni che ci danno più problemi sono quelli che conosciamo per nome perché lo fanno da anni, con o senza uniforme. Ci allontanano dai nostri pascoli o chiamano la polizia inventando storie su di noi. Questi soldati coloni o addetti alla sicurezza degli insediamenti controllano anche gli altri soldati. A volte sembrano non sapere come usare le loro armi, il che li rende ancora più pericolosi, ma dicono ai soldati “normali” che conoscono questo villaggio e questa casa, e i soldati normali li ascoltano. Ricordo una notte in cui i soldati regolari vennero a casa mia ma non entrarono. Questo soldato colono che conosco decise di entrare in casa. Gli altri soldati si coprirono il volto e lo seguirono. Avrebbero potuto fermarlo, ma lo hanno seguito».
L’INFLUENZA della sicurezza degli insediamenti è ulteriormente rafforzata dalla loro permanenza. Mentre le unità dell’esercito si alternano in una zona, alla sicurezza degli insediamenti viene affidata la memoria istituzionale locale che possono plasmare. È tipico che i comandanti in arrivo vengano informati dai coordinatori della sicurezza degli insediamenti su dove è permesso e dove non è permesso ai palestinesi di trovarsi. Il controllo lassista dell’esercito non deve essere interpretato come se una frangia radicale fosse responsabile dei crimini dell’Idf, che per il resto è un’istituzione più umana. Questo controllo lassista è così diffuso e radicato da essere diventato esso stesso istituzionalizzato e si estende solo in una direzione: non si sentono notizie di unità dell’Idf che violano sistematicamente i regolamenti trattando i palestinesi meglio di quanto loro ordinato. Il controllo lassista che l’esercito consente gli permette di fingere di non essere responsabile di certe azioni di cui non vuole essere biasimato.
COME DESCRIVE il politologo israeliano Yagil Levy, esiste un accordo di lunga data che egli definisce «i due eserciti»: «L’esercito israeliano è diviso in due eserciti, una struttura che è nata sulla scia della seconda Intifada all’inizio degli anni 2000. Accanto all’esercito “ufficiale”, nella Cisgiordania controllata da Israele è emersa una forza di “polizia”. L’esercito “ufficiale”, l’Idf, ha un alto comando che è generalmente subordinato al controllo politico…L’esercito di polizia comprende tre elementi principali: una milizia armata di coloni che opera sotto l’egida dell’esercito e che agisce come una cosiddetta “difesa territoriale”; la Brigata Kfir; e le squadre della Polizia di Frontiera, che combinano poliziotti e coscritti. Sulla carta, l’esercito di polizia dovrebbe ricadere sotto la gerarchia militare guidata dal comando centrale dell’Idf. In pratica, tuttavia, il quadro è più complicato. I confini tra l’esercito di polizia e le comunità di coloni che serve sono sfumati, a causa delle unità congiunte, dei profondi legami sociali e dell’ampio personale delle unità composto da coloni. Il controllo sull’esercito di polizia è quindi strutturato non come una gerarchia, ma come un matrix».
IL CONTROLLO MILITARE lassista che esisteva da tempo in Cisgiordania ha preparato la strada alla sua estensione a più unità dell’esercito e a un modo molto più letale di attaccare Gaza a partire dal 2024. In un articolo che descriveva sparatorie casuali contro persone disarmate, la designazione di zone di uccisione e la «illegalità dilagante» nelle unità dell’Idf a Gaza, Haaretz riportava: «“I comandanti di divisione hanno ora un’autorità quasi illimitata in materia di potenza di fuoco nelle zone di combattimento – spiega un ufficiale veterano della Divisione 252 – Un comandante di battaglione può ordinare attacchi con droni e un comandante di divisione può lanciare operazioni di conquista”. Alcune fonti descrivono le unità dell’Idf come “milizie indipendenti, non soggette ai protocolli militari standard”».
Gli elementi radicali del movimento dei coloni israeliani hanno due scopi: sfollare e terrorizzare attivamente i palestinesi sotto l’occupazione israeliana e radicalizzare l’esercito israeliano e normalizzare le idee radicali nella politica israeliana. È allettante per coloro che vorrebbero trovare scuse per i crimini israeliani dare la colpa all’ala destra, al suo controllo del governo e al suo crescente controllo dell’esercito.
TUTTAVIA, anche se l’ala destra è un’avanguardia radicalizzante, il vero potere rimane comunque nella corrente principale. È l’esercito “ufficiale” di Israele, secondo la terminologia di Levy, che infligge di gran lunga la maggiore distruzione ai palestinesi. Rispetto alle milizie semi-ufficiali della Cisgiordania che sfollano piccole comunità, i piloti e i programmatori informatici che non vedono le loro vittime sono in grado di uccidere l’equivalente di un piccolo villaggio in un solo giorno.
Nella quinta e ultima fase dello sviluppo dei regimi fascisti descritta da Paxton, «il regime fascista sceglie tra radicalizzazione ed entropia». Essendo questa la fase finale, una volta raggiunta, la radicalizzazione diventa permanente e quindi illimitata. E nel processo di tale radicalizzazione «… oltre alle azioni o alle parole del leader, i regimi fascisti abbracciano impulsi radicalizzanti provenienti dal basso che li distinguono nettamente dalle dittature autoritarie tradizionali».
NEL CASO DI ISRAELE, sembra che un certo grado di caos consenta le azioni di radicalizzazione dal basso. L’allentamento del controllo dell’esercito e la quasi totale assenza di misure repressive contro gli attacchi ai palestinesi consentono una vasta gamma di metodi per sconvolgere la vita dei palestinesi e costringerli ad abbandonare le loro case: la costruzione di avamposti di insediamenti e il lancio di regolari attacchi violenti e vessazioni quotidiane da parte loro; l’invasione della moschea di Al-Aqsa e l’aperta richiesta di genocidio, ecc. Gli appelli al genocidio e agli atti genocidi sono ormai così ampiamente condivisi dall’esercito israeliano, dal governo e anche dall’opposizione parlamentare che si potrebbe dimenticare che un tempo erano relativamente marginali.
SEBBENE GLI ATTI genocidari siano stati sostenuti nel corso della storia del movimento sionista, solo all’inizio della guerra sono diventati mainstream. In questo caso il contributo della destra è ancora cruciale. Per continuare a portare avanti il genocidio a quasi due anni dall’inizio della guerra, nonostante i notevoli costi politici e umani, il governo fa affidamento sull’impegno di un nucleo radicale di destra. Vale la pena ribadire che probabilmente la maggior parte della distruzione di Gaza non è opera della destra, ma di quello che Yagil Levi ha definito l’esercito “ufficiale”, composto e sostenuto dalla società israeliana mainstream.
L’avanguardia di destra probabilmente non incontra mai gli anonimi selezionatori di obiettivi dell’aeronautica militare o i piloti, ma la loro escalation di azioni violente e di retorica crea un clima che incoraggia i selezionatori di obiettivi, i piloti e i loro comandanti a impostare parametri molto più letali nei loro algoritmi di uccisione. Come descrive con approvazione il membro della Knesset, Tzvi Sukot: «Quasi cento abitanti di Gaza sono stati uccisi…non interessa a nessuno. Tutti si sono abituati al fatto che uccidere cento abitanti di Gaza in una notte durante una guerra e nessuno nel mondo se ne cura».
L’esercito ufficiale israeliano non è del tutto privo di rimorsi. Un ex soldato dell’aeronautica militare ha ricordato un incidente in una sala controllo, dove i monitor di un computer mostravano un gatto in un punto designato come bersaglio. Dopo l’esplosione della bomba, uno dei controllori è scoppiato in lacrime.
L’osservazione di Paxton sopra riportata è che nella fase finale della traiettoria politica fascista, la radicalizzazione diventa una caratteristica del regime. Questo è il motivo per cui Netanyahu continua la guerra a Gaza quando non ha senso continuarla dal punto di vista militare, come ha detto l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert a un intervistatore americano.
Detto questo, la domanda è se Israele sia davvero in grado di porre fine alla guerra. Il governo Netanyahu e gran parte della sua base stanno dando ogni indicazione di non avere alcun interesse a farlo. Infatti, parallelamente alla guerra a Gaza, il governo israeliano ha intrapreso una guerra contro la magistratura, i media e i tribunali. Non è chiaro se una pressione internazionale, per quanto forte, sia sufficiente a costringere il governo Netanyahu a porre fine alla guerra o se un’alternativa politica interna, che sta guadagnando terreno nei sondaggi rispetto al governo Netanyahu, possa prendere il potere in una transizione ordinata.
È POSSIBILE che la coalizione di guerra permanente, insieme alla sua base di destra, abbia consolidato il proprio controllo sulle leve del potere al punto da poter continuare la guerra a tempo indeterminato.
* Kobi Snitz
Attivista israeliano che fa parte di Boycott From Within ,
un gruppo di cittadini israeliani solidali con l'appello palestinese al BDS movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.
Fonte: ilmanifesto.it - 7 ottobre 2025
Immagine di copertina: coloni israeliani sorvegliano le pecore all'interno del villaggio palestinese di Mu'arrajat, dopo aver preso il controllo dell'area, costringendo gli abitanti palestinesi ad andarsene – Ilia Yefimovich, Ap




