
🆘 LE MALETESTE 🆘
21 mag 2025
Israele dà mandato a privati e contractor USA di raccogliere e distribuire gli "aiuti", mentre restano ancora sistematicamente bloccate le merci delle ONG e Agenzie internazionali. Previsti spostamenti obbligati di popolazione dal Nord di Gaza - da IL MANIFESTO e AVVENIRE
Contractor e uomini d’affari, gli «umanitari» di Israele in campo
Figure poco trasparenti a capo della fondazione che dai prossimi giorni distribuirà gli aiuti nella Striscia. I timori di Onu e ong
di Eliana Riva, Michele Giorgio
21 maggio 2025
Militari e imprenditori d’oro guideranno la fondazione appositamente costituita per gestire la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il marchio degli Stati uniti è ovunque e per scoprirne il volto basta seguire l’odore dei soldi e della polvere da sparo.
È ormai quasi pronto il sistema «alternativo» per la consegna di generi di prima necessità agli oltre due milioni di abitanti della Striscia e finalizzato, afferma Tel Aviv, ad escludere Hamas dalla gestione degli aiuti.
Il quadro emerso rafforza le perplessità degli operatori umanitari internazionali su un’iniziativa che coinvolge figure tutt’altro che trasparenti.
A gestire gli aiuti per Gaza, come si sa da tempo, sarà la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), registrata a Ginevra lo scorso febbraio. L
a rivista online israeliana Shomrim ha rivelato che un’altra organizzazione non profit con lo stesso nome è stata registrata nel Delaware lo scorso novembre, dall’avvocato James Cundiff, che assiste anche la Safe Reach Solutions (SRS), una delle due società americane incaricate dei controlli di sicurezza sulle auto palestinesi in transito tra il sud e il nord di Gaza durante il cessate il fuoco rimasto in vigore tra il 19 gennaio e il 18 marzo. A inizio maggio, la SRS ha improvvisamente avviato il reclutamento di personale per «una missione umanitaria in Medio Oriente». Lo stesso ha fatto la UG Solutions LLC, l’altra società che ha operato durante la tregua, alla ricerca di «professionisti della sicurezza altamente qualificati con esperienza di combattimento per supportare operazioni di sicurezza multinazionali».
Saranno quindi contractor – reclutati negli Stati Uniti e altrove, spesso con un passato in missioni armate in varie parti del mondo – a occuparsi della sicurezza. Un’ulteriore conferma del tentativo di Israele di «militarizzare gli aiuti».
Il presidente della GHF è David Papazian, ex amministratore delegato del Fondo di interesse nazionale armeno (Anif) ed ex presidente del consiglio di amministrazione di Fly Arna, la compagnia aerea nazionale armena. Nonostante, a leggere il suo profilo LinkedIn, si direbbero entrambe imprese di successo, in realtà Papazian è stato cacciato via dall’Anif a causa di scandali per abuso di autorità e appropriazione indebita su cui la commissione d’inchiesta armena sta indagando. Il Fondo di interesse nazionale è stato sciolto pochi mesi dopo il licenziamento di Papazian dal Gabinetto del primo ministro armeno, il quale ha definito «un fallimento» anche l’esperienza di Fly Arna, a cui il governo ha sospeso la licenza operativa. Il presidente della neonata Gaza Humanitarian Foundation trattiene solidi rapporti con gli EAU (Emirati Arabi Uniti). Sempre attraverso il Fondo di interesse nazionale armeno ha chiuso un accordo da 174 milioni di dollari con la società emiratina Masdar, per la costruzione di una centrale solare. Il progetto, che si sarebbe dovuto completare entro la fine del 2023, risulta ancora in fase di sviluppo.
Ma il volto pubblico della fondazione che distribuirà i pasti (in stretta collaborazione con Israele) per la popolazione assediata della Striscia di Gaza, è senz’altro il direttore esecutivo Jake Wood, un ex Marine americano che ha fondato una società di veterani, Team Rubicon, per la gestione di aiuti umanitari durante calamità naturali. Wood era un cecchino e la sua unità è stata schierata sia in Iraq che in Afghanistan. Team Rubicon è una delle numerose organizzazioni non profit fondate dai veterani delle guerre americane in Medioriente dopo l’11 settembre. Ma a differenza di tante altre è stata finanziata da grandi gruppi di interesse, come Goldman Sachs, JPMorgan Chase e nel 2023 ha registrato entrate per 40,4 milioni di dollari. In tre anni, dal 2019 al 2022, Wood ha guadagnato in compensi 1 milione e 240mila euro.
Durante un’intervista con la CNN, ha dichiarato che il piano della GHF non è perfetto ma che «farà mangiare le persone entro la fine del mese, in uno scenario in cui nessuno ha permesso aiuti nel corso delle ultime 10 settimane». Quel «nessuno», anche se non detto, è Israele. Wood ha ammesso che senza la partecipazione delle Nazioni unite è «difficile dire» se l’impresa potrà riuscire eppure, secondo l’ex militare, sono le organizzazioni umanitarie a dover scegliere: «Questo sarà il meccanismo con cui gli aiuti potranno essere distribuiti a Gaza. Siete disposti a partecipare?».
I profili degli altri membri della fondazione sono quelli di avvocati, come Loik Henderson, specializzato in transazioni complesse; operatori americani, come Raisa Sheynberg, che ha lavorato su sicurezza nazionale e politica economica con il governo degli Stati Uniti; consulenti e amministratori delegati, come Jonathan Foster, specializzato in fusioni e acquisizioni.
Ci sono tanti ex militari, come Davide Burke, collega di Wood al Team Rubicon, ex Marine; Bill Miller, Marine anche lui, che ha gestito operazioni antiterrorismo e protezione in Medioriente. E come il tenente generale Mark C. Schwartz, trent’anni nell’esercito degli Stati uniti, ha collaborato direttamente con l’esercito israeliano e con le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese. A quanto pare, solo John Acree ha un’esperienza diretta in missioni umanitarie, seppur attraverso contratti governativi statunitensi.
Secondo la proposta operativa presentata dalla GHF i punti di distribuzione saranno, almeno inizialmente, soltanto quattro: due al centro e due nel sud di Gaza, ciascuno destinato a servire circa 300.000 persone, quindi la metà della popolazione della Striscia. Il piano prevede un successivo ampliamento per coprire i bisogni di due milioni di persone confinate negli «spazi di accoglienza» che Israele sta allestendo nel sud del territorio.
Fino al 2 marzo, invece, le Nazioni Unite e le Ong umanitarie avevano consegnato cibo, acqua e pasti già pronti in ben 400 punti diversi di Gaza. La soluzione concepita dalla GHF non potrà dunque che accelerare lo spostamento forzato della popolazione dal nord verso il sud della Striscia, in linea con gli obiettivi del governo Netanyahu. Israele, inoltre, chiede di sottoporre i beneficiari degli aiuti a un attento esame, inclusa l’identificazione tramite riconoscimento facciale.
Secondo Tess Ingram, responsabile della comunicazione dell’UNICEF per la regione MENA, il meccanismo obbligherà le persone, spesso esauste e malate, a percorrere un lungo cammino per ritirare gli aiuti e poi ritornare dietro a piedi con un peso che può andare dai 20 ai 25 chili.
Fonte: ilmanifesto.it - 21 maggio 2025
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Per Onu, Mezzaluna Rossa e Ong il piano di Tel Aviv di privatizzare la distribuzione «strumentalizza e mette a rischio l'assistenza ai palestinesi». Israele blocca sedie a rotelle e ossigeno
di Luca Liverani, inviato a Rafah
20 maggio 2025
Tornano gli aiuti a Gaza, forse. Ma come? E distribuiti da chi? Lo spiraglio annunciato dal governo di Israele di riaprire i confini della Striscia ai rifornimenti umanitari riaccende il dibattito su chi deve fornire cibo, medicinali e attrezzature vitali alla stremata popolazione palestinese.
Mezzaluna rossa e Agenzie delle Nazioni Unite si dichiarano assolutamente pronte. Ma la volontà dichiarata di Tel Aviv, e sostenuta dagli Usa, di delegare tutto a società private comporta rischi di un uso strumentale e non trasparente degli aiuti.
Le Ong italiane, arrivate a Rafah per riaccendere i riflettori anche su questo tema, sono nettamente contrarie alla privatizzazione e militarizzazione. E le stesse agenzie Onu lasciano trapelare grande preoccupazione.
I magazzini ad Al-Arish nel Sinai egiziano, 50 chilometri dal valico di Rafah chiuso a doppia mandata da due mesi e mezzo, sono stracolmi di tutto quello che a Gaza servirebbe. E che manca. «Noi da qui siamo pronti a inviare gli aiuti nella Striscia, appena riaprono», assicura Lofty Gheith, capo delle operazioni a Rafah della Mezzaluna Rossa. Nell’Hub Numero uno da 30 mila metri quadri stipato di aiuti di ogni genere, perfino ambulanze, Gheith ci tiene a ribadire che l’organizzazione per cui lavora si ispira al principio di neutralità. Ma è un fatto, spiega, che «l'Egitto è pronto, è Israele finora che ha bloccato l’invio di aiuti. Noi in questi due mesi abbiamo sempre continuato a lavorare per conservare le donazioni di cibo, medicine e attrezzature donate dalle agenzie internazionali delle Nazioni Unite e dalle ong».
Lo ribadisce anche il suo collega Mostafa Ibrahim, capo della missione a Rafah della Mezzaluna rossa, qui nell’Hub Numero 2 poco distante, il più grande, 50 mila metri quadrati con hangar e celle refrigerate per conservare vaccini e insulina. «Abbiano centinaia di tir e di autisti già pronti, fermi e che ci costano ognuno 100 euro al giorno», dice Ibrahim, allargando le braccia. La macchina delle agenzie internazionali è preparata. Una fonte locale delle Nazioni Unite, che non vuole essere citata, ricorda che «dopo il cessate il fuoco, in 24 ore abbiamo fatto partire un meccanismo da 1.000 tir al giorno». Derrate, mezzi e organizzazione logistica non mancano.
Lo stesso interlocutore Onu esprime grande preoccupazione per la volontà di Israele di infliggere l’ennesimo schiaffo alle Agenzie internazionali Onu – dopo il bando dell’Unrwa e gli attacchi al segretario generale Guterres definito «persona non grata» - privatizzando l’aiuto umanitario. Lo dice solo a patto di non apparire: «Trasformare la distribuzione di aiuti in una impresa in cui attori privati agiscono come impresa commerciale - è il suo ragionamento - cambia tutto il paradigma. Sarà un precedente pericoloso: distribuire aiuti non per motivi umanitari, ma per fare profitto». Per l’operatore umanitario «si rischia di usare gli aiuti come strumento politico, o addirittura di guerra, strumentalizzando l’assistenza umanitaria che è già sotto attacco. È a rischio tutto il patrimonio e il sistema di regole che ci siamo dati dopo la II Guerra mondiale. Così si mette in pericolo la vita delle persone, anziché aiutarle”.
«Siamo stati accusati di inefficienze - conclude il funzionario Onu - che pure ci possono essere state, ma questa non deve essere una scusa per infliggere alla popolazione civile palestinese una punizione collettiva. Non si può parlare di pace e sicurezza mentre la gente muore di fame. Rischia di essere una macchia indelebile sulla coscienza degli Stati». La distribuzione degli aiuti gestita dal World Food Program durante la tregua – spiega un’altra fonte delle Nazioni Unite – «contava su 400 punti, il nuovo piano affidato a privati ne prevede da 5 a 8».
Preoccupazione pienamente condivisa dal mondo della società civile organizzata, arrivata domenica al valico di Rafah grazie ad Aoi, Arci e AssoPace Palestina - assieme a esperti di diritto internazionale e 14 tra parlamentari ed europarlamentari italiani di Pd, M5s e Avs - per ribadire anche il dovere di rispettare il diritto umanitario. Per tutti parla Alfio Nicotra, coordinatore della Carovana solidale per Aoi: «Le proposte di sostituire il sistema internazionale dell’aiuto umanitario con un sistema privatizzato, che così esclude le organizzazioni umanitarie riconosciute e lo stesso sistema Onu, è grave e inaccettabile». Secondo l’Associazione delle Ong Italiane «si configurerebbe come un utilizzo improprio della distribuzione degli aiuti, in violazione della Convenzione di Ginevra e del diritto umanitario. E la trasformerebbe in uno strumento di occupazione e di schedatura della popolazione affamata».
Che l’azione umanitaria sia sotto attacco lo dicono le vittime a Gaza: 1.400 tra il personale sanitario, 305 tra personale delle Agenzie Onu, 511 operatori umanitari. Ma lo dicono anche le regole paranoiche imposte dall'Idf anche quando, due mesi e mezzo fa, i tir di aiuti potevano faticosamente passare. Un attacco più silenzioso, travestito da regole burocratiche.
Nell’Hub numero 2 di Al-Arish c’è il “magazzino degli errori”, ci spiega Lofty Gheith, capo operazioni a Rafah della Mezzaluna Rossa. Cioè i materiali donati da tutto il mondo alla gente di Gaza ma bloccati. Attrezzature potenzialmente pericolose, secondo l'esercito israeliano, perché potenzialmente dual use.
Come questa cassa di palloni e magliette da calcio, respinta per colpa del baule di lamiera. O le lampade da campeggio alimentate da piccoli pannelli solari: vietato qualsiasi apparato fotovoltaico. Set da cucina nemmeno, perché ci sono i coltelli. No alle bombole da ossigeno, perché d’acciaio. Così come le ruote di scorta per ambulanze.
Si rasenta il ridicolo, o il tragico, quando Gheith ci mostra i sacchi a pelo bloccati perché color verde militare. Ma addirittura le sedie a rotelle e le stampelle, genere tragicamente di prima necessità a Gaza, perché costruite in metallo. E poi sofisticate apparecchiature per radiografie. O maschere per ossigeno. O generatori di elettricità portatili. E nemmeno un supertecnologico purificatore per acqua potabile alimentato da pannelli solari. Gheith ci chiede di non fotografare niente di tutto ciò, per il timore che i donatori, frustrati, non spediscano più nulla: «Stiamo dando indicazioni dettagliate, gli aiuti medici italiani sono passati tutti. I beni in questo magazzino sono solo una piccola percentuale degli aiuti – dice sconsolato il dirigente della Mezzaluna rossa – ma sono forniture essenziali, senza le quali è impossibile fornire assistenza»
Fonte: avvenire.it - 20 maggio 2025
Foto di copertina: Autoambulanze donate da governi e agenzie internazionali in attesa di essere portate a Gaza - L.Liv.




