
LE MALETESTE
27 nov 2025
Oxfam rivolge un appello urgente a sostegno delle donne palestinesi - GIULIA ZACCARIELLO / Impossibile la vita nei campi palestinesi e ancora occupazioni armate israeliane a Gaza e in Cisgiordania - ELIANA RIVA
“Minacce, violenze, traumi e una paura senza fine”: il report che denuncia l’impatto “indicibile” della guerra sulle donne palestinesi
Oxfam: "Un’emergenza drammatica che la comunità internazionale e le Nazioni Unite avrebbero potuto contrastare e prevenire, ma di fronte a cui sono rimasti inerti"
26 novembre 2025
Il 14 settembre del 2024, Dalal, insegnante di 31 anni, viene svegliata in piena notte dal suono degli spari. Si affaccia alla finestra del suo appartamento a Kiryar Arba, vicino a Hebron, e vede decine di coloni armati, insieme a soldati dell’esercito israeliano. Dalal è incinta, aspetta il suo terzo figlio, e così suo marito, temendo di subire un attacco, decide di portarla via insieme ai bambini. La donna però si sente male, comincia a perdere sangue e a vomitare. Quando arriva in clinica è troppo tardi: i medici le dicono che ha avuto un aborto spontaneo. La sua storia è raccontata nel nuovo rapporto elaborato da Oxfam insieme a We Rise che prende in esame gli effetti dell’occupazione militare israeliana sulla vita delle donne palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. “Sono ancora in lutto per la perdita del mio bambino” racconta Dalal. “I miei bambini non riescono a parlare degli attacchi dei coloni e sono costantemente angosciati. Non dormono e tutte le notti vado in camera loro perché si sentano al sicuro”.
Le donne sono vittime due volte. “Il conflitto e l’occupazione illegale hanno un impatto indicibile su di loro” denuncia Oxfam. “Un’emergenza drammatica che la comunità internazionale e le Nazioni Unite avrebbero potuto contrastare e prevenire, ma di fronte a cui sono rimasti inerti“. Sono passati 25 anni dall’adozione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che riconosce le conseguenze dei conflitti sull’universo femminile e dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza. Due iniziative che secondo Oxfam avrebbero dovuto garantire un ruolo chiave delle donne palestinesi nella vita pubblica, e che invece non sono mai state davvero trasformate in realtà.
“Le Nazioni Unite, sia prima che dopo l’inizio del conflitto a Gaza, hanno ignorato la difesa dei diritti delle donne e delle ragazze palestinesi, il ruolo chiave che possono giocare per la costruzione della pace – spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Allo stesso tempo la comunità internazionale si è resa di fatto complice di questa situazione vendendo armi a Israele, mai chiamato a rispondere per i crimini commessi, inclusa l’occupazione illegale”.
Secondo le stime di Un Woman, l’ente delle Nazioni unite che si occupa di uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, i due anni di attacchi e bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza hanno ucciso oltre 38mila donne, ragazze e bambine e ne ha ferite più di 78mila. Un altro milione è stato costretto a continui sfollamenti. Abbandonare la propria casa e vivere in tenda ha un impatto ancor più devastante per le donne, costrette a fare i conti con pessime condizioni igieniche e con bagni di fortuna, spesso da condividere tra più famiglie o da raggiungere al buio di notte. Senza considerare la carenza di prodotti per l’igiene personale che per ragazze e donne sono essenziali.
Molte palestinesi sono state costrette a usare vestiti vecchi come assorbenti. Inoltre la mancanza di cibo, la grave malnutrizione e le poche ambulanze a disposizione mettono in grave pericolo donne incinte e neonati. “La distruzione di ospedali e infrastrutture essenziali – aggiunge Oxfam – hanno avuto conseguenze drammatiche sulle donne, private di ogni assistenza per la maternità, esposte a continui traumi, fame e violenze di ogni sorta”. In un capitolo del report si prende in esame anche la situazione delle palestinesi detenute nelle carceri israeliane. “Sono state vittime di abusi sistematici, sessuali e di genere, che secondo le indagini delle Nazioni Unite potrebbero costituire crimini di guerra e contro l’umanità”.
In Cisgiordania le storie come quella di Dalal sono tantissime. Gli assalti dei coloni e la sempre più estesa militarizzazione del territorio palestinese è un peso molto difficile da sostenere. “Gli attacchi armati dei coloni, spesso sostenuti dalle forze israeliane, hanno portato a molestie sessuali, minacce di stupro e distruzione di case e scuole”. Le donne e le ragazze palestinesi, denuncia il report, vivono in uno stato di paura costante, che in molti casi le ha costrette ad abbandonare gli studi, subire aborti spontanei e gravissimi danni psicologici. “Chi si batte per i propri diritti in questa parte di mondo è spesso vittima di detenzioni arbitrarie e repressione, mentre la partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica è pregiudicata dagli effetti dell’occupazione israeliana o da una visione patriarcale ancora predominante nella società palestinese”.
Oxfam rivolge quindi un appello urgente alla comunità internazionale perché “si impegni da subito per garantire un ruolo centrale alle donne palestinesi nel processo di ricostruzione di Gaza e in Cisgiordania agendo concretamente per porre fine all’occupazione illegale di Israele”.
Fonte: IL FATTO QUOTIDIANO (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/26/guerra-donne-palestinesi-report-oxfam-notizie/8208243/) - 26 nov. 2025

Nessun ritiro: Israele avanza a Gaza e in Cisgiordania
L’esercito sposta la «linea gialla»: demolizioni a tappeto e spari su chiunque si muova
di Eliana Riva
Con le ginocchia che affondano nel fango, le famiglie di Gaza provano a usare abiti e stracci per assorbire l’acqua che le piogge portano in questi giorni. Due anni di bombardamenti e avanzata militare israeliana hanno sfollato quasi l’intera popolazione, due milioni di persone. Chi vive nelle tende non ha accesso all’acqua né all’elettricità e anche i servizi igienici sono inesistenti o inadeguati per i campi sovraffollati. In tanti hanno costruito latrine coperte, un semplice buco scavato fuori dalla tenda. La pioggia le riempie e il fango trasporta anche le deiezioni.
UNA DELLE ZONE più colpite è Deir al-Balah, nel centro della Striscia, dove si vive in condizioni disperate. «Gli aiuti umanitari salvavita devono entrare a Gaza senza ostacoli e su larga scala», ha dichiarato ancora una volta il segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres. È un appello che l’Onu e le altre organizzazioni internazionali stanno lanciando da mesi. Qualcosa è entrato ma Tel Aviv continua a limitare l’accesso di forniture essenziali. Le precipitazioni e i forti venti causano anche crolli e sotto le baracche fatte di legno e lamiere rimangono ferite decine di persone. Quando possono, i genitori portano i figli in braccio o sulle spalle, per evitare che restino ore con i piedi nell’acqua gelata. Asciugare vestiti, coperte, tappeti è praticamente impossibile. Non c’è abbastanza carburante e la poca legna che si trova, estremamente costosa, si conserva per cucinare e riscaldarsi.
Intanto l’esercito di Tel Aviv avanza.
Da quando il cessate il fuoco è cominciato, Israele ha continuato ad allargare le aree di occupazione a Gaza, fino ad arrivare a controllare il 60% dell’intera Striscia. Lo rivelano fonti e dati del giornale arabo Al-Akhbar, secondo il quale l’incessante avanzamento della «linea gialla» coincide con demolizioni notturne e uccisioni. Succede tutti i giorni da quando i militari si sono ritirati nel 53% di Gaza, secondo quanto previsto dal piano del presidente Usa, Donald Trump. I comunicati dell’esercito parlano sempre di «individui» che si sono avvicinati alla linea gialla o che l’hanno superata e che per questo sono stati giustiziati sul posto.
MA LE TESTIMONIANZE raccontano una storia diversa. Le esplosioni notturne distruggono edifici e infrastrutture, mentre i bulldozer appiattiscono le nuove aree occupate, che diventano nel giro di poche ore postazioni militari. Quando le persone tentano di ritornare nelle proprie case che si trovano, secondo gli accordi, al di fuori della zona controllata dall’esercito, i militari sparano. Spesso la protezione civile non riesce neanche a raggiungere i corpi o a soccorrere chi potrebbe ancora essere salvato.
Mentre si arena la discussione sulla nascita della Forza internazionale che dovrebbe avere accesso alla Striscia, non esiste una presenza indipendente che possa verificare quale sia esattamente il posizionamento di Tel Aviv. Nuovi blocchi di cemento giallo sono stati segnalati nelle aree orientali di Shuajaiya, Shaaf e Tuffah. Ma i militari avrebbero acquisito terre anche a Jabaliya, Beit Lahiya, al-Qarara. Inoltre i carri armati sparano contro chiunque si trovi in un perimetro di centinaia di metri dalla linea gialla, arrivando così a controllare con il fuoco zone sempre più ampie. A Shujaiya, in particolare, Tel Aviv sta consolidando nuove postazioni militari e nodi di collegamento e comunicazione, un’attività logistica avanzata incompatibile con il ritiro totale previsto dalla fase 2 del piano di Washington.
NELLA CISGIORDANIA occupata, l’esercito ha lanciato una massiccia e violenta operazione militare che ha preso di mira Tubas e le città limitrofe. Nella notte tra martedì e mercoledì i militari israeliani hanno invaso l’area e fatto irruzione in decine di abitazioni private. Le famiglie sono state cacciate via sotto la minaccia delle armi e le case trasformate in basi militari. L’invasione si allarga ora dopo ora e le testimonianze parlano di arresti e pestaggi.
A TAMUN la Mezzaluna rossa palestinese ha registrato almeno dieci casi di ferite di aggressioni, per alcuni si è reso necessario il ricovero in ospedale. Le ambulanze tentano di trasportare in sicurezza gli ammalati gravi e i disabili che sono stati cacciati dalle proprie abitazioni ma spesso vengono bloccate dai militari, che hanno eretto checkpoint e blocchi con cumuli di terra per isolare le aree attaccate. La circolazione nell’intera provincia è paralizzata. Il sindaco di Tubas ha denunciato ad al-Araby che tutta l’operazione, travestita da azione di sicurezza, ha lo scopo di cacciare la popolazione e occupare nuove terre nella Cisgiordania palestinese, in un’area particolarmente interessante per Israele per la sua vicinanza alla Valle del Giordano.
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/nessun-ritiro-israele-avanza-a-gaza-e-in-cisgiordania) - 27 nov. 2025




