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NEVE GORDON e ANNIE COHEN-SOLAL. Due voci per una nuova strada dell'ebraismo

2025-10-10T09:29:17Z

LE MALETESTE

10 ott 2025

NEVE Gordon "L’arma dell’antisemitismo per silenziare il dissenso", ANNIE COHEN-SOLAL "Il dolore e il tradimento del popolo ebraico" - da IL MANIFESTO

L’arma dell’antisemitismo per silenziare il dissenso

The Jewish Chronicle, il più antico giornale ebraico del mondo, sembra deciso a usare l’antisemitismo non contro il razzismo ma per difendere un regime razzista


di Neve Gordon*

10 ottobre 2025


Il 3 ottobre, durante le funzioni dello Yom Kippur, due ebrei britannici sono stati uccisi nella loro sinagoga locale a Manchester, in un crudele atto di violenza antisemita. Temo che non sarà l’ultima volta che gli ebrei subiranno violenze da parte degli antisemiti nel Regno Unito, è quindi fondamentale combattere con vigore e in modo sistematico questo fenomeno ovunque si manifesti.

Purtroppo, però, c’è chi ha strumentalizzato l’antisemitismo per promuovere obiettivi politici, trasformandolo in un’arma per criminalizzare e mettere a tacere palestinesi e attivisti filopalestinesi e indebolendo così drasticamente la vera lotta contro l’antisemitismo. Un esempio calzante è The Jewish Chronicle.


SI CONSIDERINO DUE ARTICOLI. Il 31 dicembre 2024 The Jewish Chronicle, il più antico giornale ebraico del mondo, ha pubblicato un articolo in cui l’editorialista Melanie Phillips ha scritto che «la paura e l’odio deliranti verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese».

Ha poi affermato che «i governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano anche agli elettori musulmani in cui l’odio verso gli ebrei è diffuso, riciclano in modo scioccante le menzogne su Israele. I peggiori colpevoli sono stati i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada». Phillips ha concluso definendo tutti i sostenitori palestinesi «facilitatori di un odio folle e omicida verso gli ebrei».

Tre settimane dopo, il Jc ha pubblicato un articolo intitolato «Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?». Il sottotitolo assicurava ai lettori che «le organizzazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista», mentre l’Anti-Defamation League affermava che il gesto di Musk era «imbarazzante» ma «non un saluto nazista».

La giustapposizione di questi articoli – uno che confonde l’attivismo filopalestinese con «antisemitismo omicida» e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo – offre uno spaccato dell’universo del Jc e della sua aggressiva campagna contro qualsiasi manifestazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo è spesso privato del suo significato originale, ovvero la discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei, e viene invece utilizzato come una «cupola di ferro» che difende Israele dai suoi critici.


HO INCONTRATO per la prima volta l’intensità della campagna del Jc come capo del Comitato per la libertà accademica della British Society for Middle Eastern Studies (Brismes). Ogni poche settimane ricevevamo richieste di assistenza da parte di studenti universitari o membri del personale che il Jc aveva accusato di antisemitismo per il loro attivismo filopalestinese.

Il copione era quasi sempre lo stesso. Un giornalista del Jc aveva scavato nei social media dello studente o del membro del personale o aveva ricevuto informazioni da qualcuno e poi aveva inviato una richiesta all’università sui cosiddetti post «antisemiti» sui social media, chiedendo un commento.

L’università ha successivamente avviato indagini, in alcuni casi durate mesi, portando spesso a udienze disciplinari e in alcune occasioni al coinvolgimento della polizia. Nel 2023 Brismes e il Centro europeo di assistenza legale hanno esaminato 43 denunce, alcune delle quali presentate da un giornalista del Jc. Le loro conclusioni sono state definitive: anche se indagini e udienze disciplinari hanno causato un incredibile stress mentale e fisico agli studenti e al personale, nessun caso è stato accolto. Eppure, il Jc ha raggiunto quello che sembrava essere il suo obiettivo: produrre un effetto dissuasivo tra coloro che criticavano le politiche di violazione dei diritti umani da parte di Israele.


LA DECISIONE DI AMPLIARE il proprio ambito giornalistico oltre la semplice cronaca e l’espressione di opinioni, fino a molestare individui e istituzioni, mi ha portato a esaminare più da vicino il modo in cui il Jc ha storicamente interpretato e utilizzato l’antisemitismo, un progetto di ricerca i cui risultati sono stati pubblicati la scorsa settimana.

Esaminando la comparsa del termine antisemitismo in un periodo di cento anni, dal 1925 al 2024, ho pensato che la sua presenza sarebbe stata più pronunciata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo ha portato allo sterminio di sei milioni di ebrei. I risultati, tuttavia, hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che a differenza della soluzione finale non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo è stato menzionato in 352 articoli.

Sebbene il dato sia notevolmente superiore alla media, è comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrate durante la campagna elettorale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza: il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Secondo il Jc, il livello della minaccia antisemita è apparentemente maggiore ora rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.


NEI NOVE MESI PRECEDENTI e successivi al 7 ottobre 2023, il termine antisemitismo – che quasi sempre denota antisionismo e critica a Israele – compare in un articolo su cinque. Il dato suggerisce che il quotidiano ebraico britannico abbia strumentalizzato e addirittura trasformato in arma il concetto sionista di antisemitismo per suscitare panico morale tra i suoi lettori. Il settimanale ha contribuito ad alimentare la paura e l’ansia confondendo falsamente l’antisemitismo con l’antisionismo o la critica a Israele.

Questa falsa e pericolosa confusione spiega il drastico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Jc Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei di Hitler. Ma affinché tali accuse spurie acquisiscano credibilità, antisionismo e critiche a Israele devono essere presentati come una minaccia imminente per i singoli ebrei. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, stavolta tra il senso di «disagio» di una persona e la «mancanza di sicurezza».

Ovviamente, l’affermazione che Israele stia compiendo un genocidio o costituisca un regime coloniale e uno Stato di apartheid potrebbe mettere a disagio gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo. Ma il Jc posiziona il loro disagio come lesivo o «pericoloso».


IN DEFINITIVA, una nozione fallace di antisemitismo è presentata come pericolo per la sicurezza per evocare timori di annientamento degli ebrei, e questo viene poi usato come strumento di controinsurrezione per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filopalestinesi che criticano l’apartheid di Israele e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Jc ha utilizzato il termine rischia di spostare l’attenzione dalla minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

Il più antico giornale ebraico sembra deciso a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e coprire violazioni orribili. E abusando del termine antisemitismo, il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che sostiene di rappresentare, me compreso.


*Neve Gordon (1965) è un professore israeliano e

membro della British Academy of Social Sciences.

È professore di diritto internazionale e diritti umani

alla Queen Mary University di Londra e scrive su questioni

relative al conflitto israelo-palestinese e ai diritti umani.

Insegnava all'Università Ben-Gurion del Negev.

Israeliano di terza generazione, Gordon ha completato il servizio militare

in un'unità di paracadutisti dell'IDF , subendo gravi ferite in azione

a Rosh Hanikra che lo hanno lasciato con una disabilità. Durante la Prima Intifada ,

ha prestato servizio come direttore di Medici per i Diritti Umani , Israele.

È un membro attivo di Ta'ayush , Partenariato Arabo-Ebraico.

Si identifica come membro del campo pacifista israeliano,

ha descritto Israele come uno " stato di apartheid "

e sostiene il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele .






Il dolore e il tradimento del popolo ebraico

Ci sono mille modi di essere ebrei. Ci sono anche, purtroppo, dei fanatici al potere su tutti i fronti. Ma come agire oggi?


di Annie Cohen-Solal

10 ottobre 2025


Il primo ottobre scorso, è stata celebrata la festa di Yom Kippour (il giorno del pentimento), la più sacra e la più solenne dell’anno ebraico. Quest’anno, però, nel 5786 del calendario ebraico, la liturgia tradizionale è stata ripensata per un mondo post 7 ottobre da due miei amici.

David N. Myers, professore alla Ucla ed ebreo praticante, e Chaim Seidler-Feller, rabbino e insegnante. Ecco le loro preghiere:

«Per il peccato di aver profanato il nome di Dio e del giudaismo. Per il peccato di aver abbandonato il mitzvah (la missione) di riscattare i prigionieri. Per il peccato di aver portato morte e devastazione al nostro prossimo. Per il peccato di aver imposto la nostra sofferenza agli altri. Per il peccato di aver negato il diritto di vivere al nostro prossimo. Per il peccato di aver violato la dignità di altri esseri umani. Per il peccato di aver condotto una guerra di vendetta. Per il peccato di aver affamato delle persone, in particolare bambini innocenti. Per il peccato di aver rubato la terra altrui. Per il peccato di dominio e supremazia sugli altri. Per il peccato di indifferenza e cecità».

Quest’anno, come giustificare l’amara ironia del digiuno volontario di Yom Kippur di fronte alla terrificante carestia a cui sono stati condannati da due anni i palestinesi di Gaza? Come trovare le parole per denunciare questa nuova Guernica, una Guernica senza fine che si trascina ogni giorno sotto i nostri occhi? Per condannare categoricamente i crimini commessi dagli estremisti di ogni schieramento, il massacro del 7 ottobre, la tortura degli ostaggi, la totale indifferenza di Hamas nei confronti delle loro vite e di quelle dei palestinesi, la vendetta sproporzionata degli israeliani su Gaza? Per affrontare gli scontri che rischiano di lacerare il popolo ebraico per sempre? Per sfidare l’irrimediabile?


Nel campus dell’Università ebraica di Gerusalemme, una scena mi inorridì un tempo. «È con i carri armati che si fa la storia», urlavano degli estremisti, con la kippah in testa, schernendo un gruppo di studenti arabi che, in silenzio, denunciavano l’uso delle armi da fuoco contro i civili. In Cisgiordania assistei, atterrita, all’insediamento dei primi coloni selvaggi, sotto la protezione degli elicotteri ufficiali. Era il 1977. Tanti segni premonitori di una hybris in atto. Eppure, le tensioni che attraversavano la società israeliana erano ancora latenti. Se tentavo di parlare, ero goffa. Se tacevo, mi sentivo vile. Me ne andai. Era quarantacinque anni fa.


Dopo la guerra dei Sei Giorni (giugno 1967), lavorai per due anni nel kibbutz Beit Alfa, affascinata dall’entusiasmo dei pionieri che raccontavano le loro tribolazioni per sfuggire alle persecuzioni in Europa, il loro attaccamento alla Palestina come a una «terra di pace, dove ci sarebbe abbastanza spazio per due nazioni», il loro impegno in quelle comunità utopiche in cui tante disuguaglianze sembravano superate. Così, nel mio assoluto fervore di comunicare con tutti, imparai contemporaneamente l’ebraico e l’arabo.


«Ma perché le lezioni di arabo rimanevano facoltative nelle scuole dell’Algeria coloniale?», si indignava un tempo Jacques Derrida. Mio padre, che conosceva l’arabo da sempre, lo parlava con i suoi pazienti. E durante la mia infanzia, celebravamo la festa di Pessah con la sua bella tradizione della sedia vuota attorno al tavolo: era quella riservata allo straniero, che sarebbe arrivato da chissà dove e che avremmo accolto a braccia aperte. Questi sono, da sempre, i miei valori ebraici acquisiti in Algeria: valori laici, di accoglienza e di inclusione. Furono proprio queste mille fibre a risvegliarsi durante i miei anni in Medio oriente.


Naturalmente seguii tutte le tappe di questa sfortunata deriva, con i suoi progressi e le sue regressioni: gli accordi di Camp David (settembre 1978); la prima intifada (1987); gli accordi di Oslo (1993); l’assassinio di Itzhak Rabin (1995). Si procedeva a rilento verso la fragile costruzione di un paese a due stati, con la partecipazione dell’Olp, ma i gesti devastatori degli estremisti colpirono ancora. Mi rifiutai di tornare nella regione, dove l’arroganza quotidiana dei militari e il fanatismo dei religiosi mi ripugnavano.


Con il passare degli anni, le informazioni divennero così intollerabili che mi murai nel silenzio. Solo una volta tornai in Medio oriente per un reportage sulla «guerra delle pietre», e accompagnai l’avvocata Lea Tsemel a Gaza. Era il 1988. Rileggendo oggi quel testo, la scoperta dell’insondabile sofferenza che già allora gravava su quel territorio maledetto rivela un processo in corso da diversi decenni.

Di quel viaggio all’inferno rimangono alcune immagini atroci: strade allagate, intere città sigillate, baraccopoli di lamiera che si estendono per chilometri, la vita che scorre al rallentatore nelle strade della città di Gaza; 52mila persone stipate, dal 1948, in quattro chilometri quadrati nel campo di Jabalial; sciami di bambini agli incroci della città.


Dietro queste mille porte, dietro queste mille case, all’angolo di questi mille crocevia, notai, una scintilla è pronta a divampare e a generare, in qualsiasi momento, una possibile rivolta: un terreno minato, una polveriera. Bandiere palestinesi. Rosso, verde, nero, bianco. Improvvisate con materiali di fortuna. I colori uniti tra loro da spille da balia.

La debolezza di Gaza, i campi, la miseria, il sovraffollamento diventavano la sua forza. Si percepiva una popolazione febbrile, inquieta, in piena proliferazione. Si percepiva la presenza dei bambini. Avevano sostituito le manifestazioni di massa con piccole sommosse sporadiche, molto più insidiose. Il minimo che si possa dire è che nessuno tornava indenne da Gaza.


La storia ebraica è costellata di episodi tragici, persecuzioni e massacri, come l’Inquisizione nel XV secolo, la Shoah nel XX: massacri subiti, ma anche massacri inflitti. Nel V secolo a.C. fu il caso degli ebrei di Persia. Come ritorsione contro la condanna a morte inflitta dal perfido Haman, «colpirono i loro nemici con la spada, uccidendo e distruggendo i loro avversari, compresi i dieci figli di Haman, prima di sterminare 75.000 dei loro nemici», racconta il Libro di Ester, che si legge durante la festa di Purim.

Ma la storia ebraica è costituita anche da periodi felici, come quello di Al Andalus (almeno dal VIII al XII secolo) quando le tre religioni erano sorelle. Di fronte a questa storia che si inscrive nel tempo lungo (chronos), gli estremisti professano, oggi, una forma di messianismo deviato.

Come ammettere ancora di appartenere al popolo ebraico, insieme a criminali come Ben Gvir, Smotrich, Netanyahu?


Ci sono mille modi di essere ebrei.

Penso al pittore Mark Rothko, emigrato dalla Russia all’età di dieci anni dopo il massacro di Kichinev, per vivere negli Stati Uniti, e che a Houston creò la Rothko Chapel – un luogo interconfessionale, al crocevia tra arte, etica e politica – nel suo attaccamento incondizionato al principio del tikkun olam (la riparazione del mondo). Penso a Daniel Barenboïm che, insieme a EdwardSaid, fondò la West-Eastern Divan Orchestra, affinché giovani musicisti dei paesi arabi, della Cisgiordania e di Israele potessero suonare insieme nella stessa orchestra, sfidando l’odio dei politici.

Penso allo storico Pierre Vidal-Naquet che, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, maturò una visione profetica. «Solo un accordo globale, che implichi insieme il riconoscimento di Israele da parte degli Stati arabi e la soddisfazione delle aspirazioni nazionali degli arabi di Palestina, può prevenire o ritardare la catastrofe, scrisse. Ma spetta a Israele, vincitore, compiere le concessioni più significative, e più precisamente alla sinistra israeliana dare il segnale della riconciliazione, offrendo agli Arabi, quelli d’Israele e quelli fuori da Israele, le parole e le proposte concrete che permettano loro, finalmente, di accettare di convivere con Israele».

Penso ad Amos Elon, uno degli scrittori più impegnati d’Israele prima della sua partenza definitiva per l’Italia nel 2004. «Gaza sta per esplodere», avvertì. «È l’unico posto al mondo dove si trovano persone che vivono così, da quarantun anni, senza passaporto. Non sono niente, stanno su una spiaggia di sabbia, vicino al mare, senza nome, senza identità…E più a lungo manterremo quei territori, più difficile sarà trovare una soluzione [..] Alla radice di tutto c’è uno scontro tra due forze irresistibili, l’essenza stessa della tragedia. Ancora oggi continuo a sostenere che la vittoria della Guerra dei Sei Giorni fu peggio di una sconfitta».

Penso allo scrittore David Grossman, che continua a cercare un varco, anche minimo, verso la pace:dopo la sua recente intervista a La Repubblica, è stato maledetto dai suoi per aver accettato, dopo infinite esitazioni, di denunciare il massacro e la fame inflitti ai palestinesi. Nel 1987, Le Vent jaune, il suo reportage in Cisgiordania, provocò uno shock nella società israeliana. Divenne uno Zola in terra palestinese, e alcuni militanti del Likoud, convinti dalla sua voce, strapparono la loro tessera del partito. «Io sono qui, in piedi, e ascolto, e cerco di restare neutrale», scrisse. «Di capire. Senza giudicare [..] I bambini dell’asilo di Deheisheh [..] comincio a distinguerli gli uni dagli altri [..] non è facile [..] perché anch’io sono stato abituato a vedere gli arabi al contrario [..] Devo penetrare nel cuore stesso della mia paura, imparare a guardare in faccia gli arabi ‘invisibili’». Era qualche mese prima dell’inizio della prima intifada.

Penso a David N. Myers, professore alla Ucla ed ebreo praticante, che attraversa gli Stati Uniti insieme a Hussein Ibish, accademico arabo-americano. «L’orrore di ciò che accade a Gaza è una catastrofe per gli ebrei», dichiara. «La festa di Tisha B’Av commemora la serie di tragedie che hanno colpito gli ebrei, a cominciare dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio nell’antichità Eppure, quest’anno è diverso. Gli ebrei non sono le vittime. Siamo i carnefici. E dobbiamo aggiungere alla lista delle catastrofi che piangiamo la devastazione delle vite palestinesi causata da Israele in rappresaglia al 7 ottobre. La portata di quest’orrore sfida l’immaginazione».

Penso a Jonathan Safran Foer, che invoca Primo Levi, Abraham Heschel e Hannah Arendt, rivendicando il disagio e l’azione. «La tradizione ebraica non intende la memoria come un atto passivo di ricordo, ma come una forma di resistenza», afferma. «La Torah ordina, ancora e ancora: zachor – ricorda. Ricorda che sei stato schiavo in Egitto. Ricorda ciò che Amalek ti ha fatto lungo il cammino [..] la memoria non è un deposito del passato – è un invito ad agire nel presente».


Ci sono mille modi di essere ebrei. Ci sono anche, purtroppo, dei fanatici al potere su tutti i fronti. Ma come agire oggi? Affrettare l’alternanza politica in Israele, impedire il controllo di Hamas sul popolo palestinese doppiamente vittimizzato, imporre la creazione di due Stati o di una confederazione palestino-ebraica? Allora forse potremo porre fine a questa nuova Guernica e sfidare l’irrimediabile.

Allora potremo forse estirparci dalla spirale dell’odio.


Non inganniamoci: per il popolo ebraico sarà necessario affrontare un vero e proprio scisma. È giunto il tempo di svelare le nostre irrimediabili divergenze. Certo, ci chiameranno traditori. Ma chi sono i traditori? «Mai, nel corso della nostra vita – né in quella dei nostri nonni o bisnonni» afferma ancora David Myers, «abbiamo assistito a un tale accanimento quotidiano e a un disprezzo così cieco per la vita umana da parte degli ebrei contro altri esseri umani. Forse mai nella storia ebraica». I traditori sono coloro che ne portano la responsabilità.


Annie Cohen-Solal (Algeri, 1948) è una scrittrice, storica,

diplomatica culturale e intellettuale pubblica con una carriera

che abbraccia oltre quattro decenni. Nata ad Algeri, in una famiglia ebrea

di origini mediterranee, ha vissuto in numerosi paesi e parla numerose lingue



Fonte: ilmanifesto.it - 10 ottobre 2025

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