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STORIE PER GAZA. Testimonianze, ricerche, denunce, inchieste - parte 1

2025-06-06T09:30:33Z

LE MALETESTE

6 giu 2025

Sono di Gaza, dove la tenacia non muore. Normalizzazione della violenza, così l'orrore scorre nella rete. Il ruolo dei medici israeliani a Gaza (inchiesta) - 3 articoli da tre punti di vista diversi, ricerche sul campo e denunce dai territori - IL MANIFESTO

A Gaza è in corso la più feroce, organizzata, duratura operazione di sterminio

di una popolazione a cui sia mai stato possibile assistere in diretta quotidiana.

E un esperimento per l’Occidente che da venti mesi lascia che Israele proceda.

Non c’è altro che valga la pena raccontare, se non la voglia di vita

e la capacità di resistenza dei palestinesi.




Sono di Gaza, dove la tenacia non muore


di Alia Shamlakh

6 giugno 2025


Dall’apocalisse di Gaza, in presenza di una lunga morte, in un Paese dove la vita è diventata un atto quotidiano di sopravvivenza, vi scrivo la mia testimonianza sanguinante – io, Alia Shamlakh – l'architetta che non costruisce più nulla se non la memoria che rischia di essere cancellata, l’architetta condannata a vivere tra le mappe distrutte e a scrivere nella polvere della sua casa diventata cenere.


Eppure, io continuo a stare sopra le macerie e a cercare di portare a termine la mia missione, anche se tutto intorno a me distoglie lo sguardo. Scrivo la mia testimonianza con la speranza che sia un grido udibile di fronte a un mondo che è diventato sordo al crimine.

 

HO 37 ANNI, di cui due trascorsi nel cuore del massacro. Nei giorni del genocidio e della feroce carestia. Due anni di spostamenti ripetuti e continui, di tentativi di sopravvivenza, di danze sul filo del rasoio tra la vita e la morte. Qui la sopravvivenza è un evento eccezionale, non perché sappiamo come sopravvivere, ma perché schiviamo la morte per caso, è una questione di pochi minuti o di coincidenza. La nostra casa è stata bombardata mentre eravamo dentro. Noi, i nostri figli e i miei genitori anziani. Non siamo stati feriti, nessuno è morto in quel momento, ma la morte ci ha circondato e accompagnato, in tutti i luoghi che pensavamo «sicuri». Ci siamo rifugiati in un ospedale per sicurezza, ma abbiamo scoperto che ci stavamo rifugiando in una trappola. Piovevano proiettili ed eravamo intrappolati con centinaia di sfollati, affamati, assetati, terrorizzati. Le pareti tremavano, dal soffitto si respirava fumo, i nostri cuori morivano ogni volta e non venivano seppelliti.


Siamo fuggiti a sud di Gaza, a casa di un parente a Khan Younis, poi siamo fuggiti di nuovo all’estremo sud, a Rafah, poi a Deir al-Balah e poi di nuovo, speriamo per l’ultima volta, a Gaza City. Qui, all’inferno, non c’è spazio per pianificare. Bisogna improvvisare, tanto anche le aree «di sopravvivenza» vengono bombardate. Ricominciamo ogni volta, non perché siamo «forti», come alcuni amano dire, ma perché fermarsi è un lusso che non possiamo concederci. Stiamo solo salvando i nostri figli dall’orrore del momento, in attesa dell’orrore successivo.

 

IN 20 MESI di sfollamento e di fuga dalla morte, abbiamo costruito temporaneamente la nostra vita in una tenda. Una piccola tenda sulla strada che a malapena riesce a contenere il nostro respiro, figuriamoci tredici corpi. Nessuna sicurezza. Nessuna privacy. Nessun bene essenziale per vivere. Nel nostro sfollamento i nostri figli hanno dormito sulle piastrelle, sulla terra, all’aperto. Hanno sofferto la fame.

 

ABBIAMO STIPENDI e soldi, ma non servono a nulla quando non c’è più nulla. Stiamo ancora vivendo una carestia feroce che ci ha fatto rimpiangere quel poco cibo in scatola che potevamo trovare qualche mese fa. I nostri corpi si sono indeboliti, il peso è sceso, la memoria si è offuscata, la concentrazione si è affievolita. Tutti noi abbiamo contratto epatiti, malattie della pelle, infezioni e la nostra psiche è danneggiata come se ci stessimo lentamente consumando fino a esaurirci.

 

TUTTO NELLA NOSTRA VITA è tornato a un livello primitivo. Cuciniamo con la legna da ardere. Facciamo il bagno ai nostri figli con l’acqua che portiamo da lontano e che riscaldiamo sul fuoco. Facciamo lunghe code per un litro d’acqua. Viaggiamo su carri distrutti, logori, a volte trainati da animali. Sopravvivo per continuare a lavorare. Sì, anche se non sarei nelle condizioni, vado a lavorare perché la missione che ho scelto, o che ha scelto me, non può essere abbandonata. Lavoro per un’organizzazione internazionale per persone con disabilità, cerco di rimanere al lavoro per proteggere l’essere umano, fatto a pezzi davanti ai nostri occhi. Mi chiedo ogni giorno come possa una persona a cui è stato tolto il diritto al riparo, all’acqua e alla dignità, continuare a difendere i diritti degli altri. E ogni volta mi rispondo: vengo da Gaza, da un luogo dove la tenacia non muore, anche se diventa una maledizione. Una maledizione perché stiamo cercando di salvare il salvabile dei nostri diritti, vivendo in una realtà che non rispecchia alcun documento o convenzione sui diritti.

 

Siamo stati delusi dal mondo intero, non per un motivo complicato, ma perché sceglie di non vedere. Non stiamo morendo in segreto. Tutto è documentato, proprio davanti agli occhi di tutti. Convenzioni, leggi, diritti umani? Foglie al vento o combustibile per il fuoco. Il mondo ha dichiarato la morte della propria coscienza in un freddo silenzio. Ormai ridiamo con nera ironia quando il mondo parla di «dignità umana» e «sicurezza dei civili».





Normalizzazione della violenza. Così l’orrore scorre nella rete


Noura Tafeche è un'artista e ricercatrice di origini palestinesi di base a Milano.

La ricerca che ha fatto nelle nicchie del web le ha permesso di individuare alcuni passaggi chiave dell’accelerazione generata dall’uso dei social network e delle piattaforme streaming, tanto da parte degli eserciti nella loro veste ufficiale, quanto dai singoli soldati e soldate in servizio.

L’esercito israeliano sulle piattaforme e le sue strategie comunicative attraverso le parole della ricercatrice.


Estratti da una videochiamata a cura di Lucrezia Ercolani

6 giugno 2025


(…) Sono diverse le strategie di «normalizzazione della violenza», ci spiega quando la incontriamo in videochiamata, «parlare al cuore di molti» è una priorità, e così la parola d’ordine oggi è «diversificazione». Un imperativo in cui il genere non è neutro, bensì parte delle strategie comunicative: nel caso delle soldate si evidenzia il collasso di sessualizzazione, «cuteness» mutuata dall’iconografia manga e apparato coreografico tipico di TikTok, tale da rendere apparentemente desiderabile e persino «sexy» la vita in trincea. Un processo che ha plasmato figure inquietanti come la seguitissima (ora ex) ufficiale di polizia militare Yael Deri, premiata dall’esercito per la sua attività online.


(…) “Oltre all’evoluzione delle piattaforme, sono cambiati i modi di rivendicare il proprio profilo su di esse. L’Israeli Defense Force (Idf) ha iniziato a utilizzare YouTube tre anni dopo la sua creazione, diffondendo immagini operazionali che prima circolavano solamente in circuiti interni. Prima di ottobre 2023 il loro video con maggiori visualizzazioni – 5 milioni – risaliva al 2012 ed è l’uccisione di Ahmed Jabari, vice-comandante dell’ala militare di Hamas. Sono 9 secondi in cui viene colpita la sua macchina, il tutto diffuso senza alcuna censura. Questa normalizzazione della violenza è una delle tappe del militarismo digitale, così come lo hanno ricostruito anche Adi Kuntsman e Rebecca L. Stein nel libro Digital militarism. L’occupazione di Israele nell’era dei social media. Già nel 2009, gli Stati uniti pubblicavano video con piccole coreografie di soldati in tenuta militare in Iraq, con canzoni pop in sottofondo come quelle di Lady Gaga. Era l’inizio di un processo.”


(…) “Il punto, spesso, è rimuovere il contenuto violento e spostare la narrativa su altro; la pulizia etnica e la colonizzazione passano in secondo piano. Questi video, disperati tentativi di Israele di pervertire e piegare la realtà, hanno un grande potere di persuasione: influiscono direttamente sull’arruolamento dei soldati. Ora anche Al Jazeera mostra alcuni di questi video, il passaggio sui media ufficiali indica che il fenomeno è proliferato nel giro di pochi anni.”





L'inchiesta. Il ruolo dei medici israeliani a Gaza, sul campo, nelle carceri, in ospedale


di Neve Gordon, Guy Shalev, Osama Tanous

Articolo uscito sulla New York Review il 31 maggio 2025

 

Alla fine di marzo 2024, i soldati israeliani hanno fatto irruzione nell’ospedale Nasser, nel sud della Striscia di Gaza. Hanno arrestato il personale medico e i pazienti, oltre ai civili che si erano rifugiati nel complesso dell’ospedale. H., un medico ortopedico, era a metà del suo turno quando i soldati hanno iniziato a picchiarlo. Lo hanno colpito con calci allo stomaco, all’inguine e ai testicoli, gli hanno detto di togliersi i vestiti, lo hanno ammanettato e bendato e lo hanno scortato nel cortile dell’ospedale.

 

Poi lo hanno portato in territorio israeliano fino alla famigerata base militare di Sde Teiman, vicino alla città meridionale di Be’er Sheva, dove all’epoca centinaia di palestinesi erano tenuti bendati e incatenati in gabbie sovraffollate e sudice, alcuni costretti a dormire sul pavimento senza materassi o coperte.

 

Nell’ottobre 2024 H. ha rilasciato una dichiarazione giurata a Physicians for Human Rights-Israel (Phri), organizzazione no-profit di cui uno di noi, Guy Shalev, è direttore esecutivo e un altro, Osama Tanous, è membro del consiglio di amministrazione.


H. ha raccontato che a un certo punto, durante i suoi sessantanove giorni a Sde Teiman, le guardie lo hanno messo in una «stanza-discoteca» senza materassi, dove la musica assordante suonava in continuazione.

 

ALLA FINE l’hanno portato in una stanza per gli interrogatori, dove, ha testimoniato, «per sei giorni mi hanno torturato legandomi mani e piedi a una sedia dietro la schiena, colpendomi lo stomaco e schiaffeggiandomi mentre ero bendato». Dopo quarantatré giorni a Sde Teiman, è stato mandato in una prigione non lontana da Tel Aviv per essere interrogato.

 

Lì ha visto un medico, che ha affermato che H. aveva sviluppato ernie inguinali e addominali come risultato delle percosse. «Ha detto che dovevo essere operato e che non dovevo essere interrogato», ha raccontato H.. Invece è stato rimandato a Sde Teiman senza essere curato. «Non appena sono tornato nella struttura di detenzione – ha raccontato H. – i soldati mi hanno picchiato, mi hanno sbattuto la testa per terra e mi hanno sfregato la faccia sulla sabbia, mi hanno preso a calci e a pugni».

 

Dopo altre tre settimane a Sde Teiman, hanno trasferito H. ancora una volta in una struttura carceraria ad Ashkelon, vicino al confine con Gaza. Lì è stato visitato da un altro medico, che gli ha fatto tenere la benda durante la visita. «Siamo colleghi nella stessa professione – ha detto H. – Dovresti trattarmi umanamente». In risposta il medico israeliano «mi ha schiaffeggiato mentre ero ancora bendato». «Lei è un terrorista», ricorda l’uomo.

 

Qualche settimana dopo, nella struttura medica del Servizio carcerario israeliano a Ramleh, H. ha incontrato un terzo medico, che in dieci minuti ha confermato che aveva bisogno di un’operazione all’ernia, ma il medico ha insistito che non era urgente e H. è stato nuovamente incarcerato, questa volta alla prigione di Ofer. Nella dichiarazione giurata H. ricorda che in un’udienza del luglio scorso il giudice ha prolungato la sua detenzione per quarantacinque giorni; né in quell’occasione né negli interrogatori successivi gli è stato dato accesso a un avvocato. Ad agosto, quando è comparso davanti a un giudice in un’udienza telefonica, gli è stato detto che è considerato «affiliato a un’organizzazione terroristica».

 

Prima di riagganciare bruscamente la telefonata, il giudice ha detto a H. che sarebbe stato rinviato a Ofer fino a nuovo ordine. «Sono un medico», ha protestato H. Il giudice se n’è andato.

H. rimane incarcerato a Ofer in attesa di giudizio, uno degli oltre 380 operatori sanitari di Gaza detenuti dalle forze israeliane dall’ottobre 2023 (secondo Health Care Workers Watch, due dozzine di loro sono stati sottoposti a sparizione forzata e sono tuttora dispersi).

 

Tra luglio e dicembre 2024, il Phri ha raccolto le testimonianze di ventiquattro di questi operatori sanitari palestinesi, detenuti nei sistemi carcerari civili e militari di Israele. Praticamente tutti hanno descritto di aver subito torture sotto forma di gravi percosse, incatenamento continuo e privazione del sonno.

 

Secondo i documenti che il Phri ha ottenuto attraverso una richiesta di libertà di informazione, almeno sessantatré palestinesi sono morti in custodia israeliana tra ottobre 2023 e settembre 2024, tra cui i medici Adnan al-Bursh, Iyad al-Rantisi e Ziad al-Dalou, oltre al paramedico Hamdan Abu Anaba. Da allora, sulla base dei dati raccolti dalle organizzazioni per i diritti e dall’Autorità palestinese, il gruppo ha stabilito che almeno altri ventisette detenuti sono morti negli ultimi diciannove mesi, portando il numero totale a novanta. In confronto, nove detenuti sono morti durante la detenzione a Guantánamo Bay in un periodo di oltre vent’anni.

 

LE DICHIARAZIONI giurate raccolte dal Phri rivelano alcuni elementi ricorrenti. Uno è l’uso dei cani per attaccare e umiliare i prigionieri. M.T., capo del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano nel nord di Gaza, ha raccontato al Phri che i soldati di un’unità antiterrorismo chiamata Forza 100 hanno fatto irruzione nel suo recinto di detenzione a Sde Teiman con i cani per tre giorni di fila, «picchiando i prigionieri e permettendo ai cani di urinare e defecare su di noi». K.S., un chirurgo ventinovenne dell’ospedale al-Shifa, ha raccontato che «ci picchiano con i manganelli, con i pugni e lasciano che i loro cani ci urinino addosso. Ci sono sempre cani con loro…. Mi hanno attaccato due volte con i cani».

 

Un altro abuso ripetutamente citato è la negligenza medica dilagante. Facendo eco ad altri detenuti, un medico generico di ventisette anni dell’ospedale di al-Aqsa di nome M.S. ha descritto i focolai di scabbia nel suo reparto di detenzione: «Nessuno cura queste infezioni, né altro».

 

Coloro che sono riusciti a rivolgersi a medici israeliani hanno spesso vissuto esperienze simili a quelle descritte da H.. K.S. ha ricordato che un medico gli ha detto che la sua scabbia «sarebbe guarita da sola». A N.T., un chirurgo di quarantanove anni che assume farmaci per l’ipertensione, è stato negato l’accesso a un medico per mesi dopo essere stato detenuto durante l’incursione del marzo 2024 all’ospedale Nasser.

 

Nella sua dichiarazione giurata, descrive di essere stato portato a Sde Teiman, ammanettato e bendato, e costretto a indossare solo biancheria intima per i primi diciassette giorni. Ha trascorso il mese successivo in una struttura di detenzione chiamata Anatot, vicino al villaggio palestinese di Anata, nella Cisgiordania occupata, poi i due mesi successivi a Ofer, dove finalmente ha visto un medico. Il medico gli ha prescritto dei farmaci, ma solo per dieci giorni.

 

La negligenza può essere una condanna a morte. Nella sua testimonianza M.T. ha raccontato che un altro prigioniero, M., ha avuto un ictus nel recinto in cui erano detenuti i prigionieri con problemi di salute. «Uno shawish (un detenuto delegato come intermediario dalle autorità carcerarie) ha chiamato un’infermiera – ha ricordato M.T. – che gli ha detto: ”Non sei un medico, non interferire”». Il giorno seguente hanno avvertito la guardia, un ufficiale dello Shin Bet «che il prigioniero stava per morire», ha detto M.T.. Alla fine il medico è arrivato, «ma M. era già morto».

 

Nel 1989 i medici sudafricani William John Kalk e Yosuf Veriava curarono venti prigionieri politici ricoverati a Johannesburg dopo aver partecipato a uno sciopero della fame. Quando le autorità chiesero loro di rimandare i pazienti in detenzione, si rifiutarono temendo che gli uomini potessero essere torturati. Conosciuta nella letteratura di etica medica come «il rifiuto di Kalk» la loro azione è servita da allora come tabella di marcia morale per i medici che non sono disposti a violare i loro obblighi etici nei confronti dei pazienti.  Nel 1999 è stata citata nel Protocollo di Istanbul, la più importante linea guida delle Nazioni unite per i professionisti medici che documentano casi di tortura e maltrattamento, che li istruisce ad astenersi dal rimandare un detenuto nel luogo di detenzione se gli esami confermano l’accusa di abusi.

 

NELL’ULTIMO anno e mezzo, tuttavia, un altro tipo di rifiuto ha caratterizzato le istituzioni mediche in Israele. Alcuni ospedali si sono inizialmente rifiutati di curare i detenuti palestinesi feriti. In seguito alcuni medici hanno continuato a rifiutarsi a livello individuale; molti di quelli che hanno curato i detenuti non hanno chiesto che venissero tolte loro bende e catene. Quando i medici palestinesi che lavoravano negli ospedali israeliani sono stati perseguitati, l’establishment medico si è rifiutato di sostenerli.

 

La stragrande maggioranza dei medici – per non parlare di tutti gli ospedali israeliani e dell’Associazione medica israeliana – si è rifiutata di condannare la distruzione del sistema sanitario di Gaza; alcuni l’hanno apertamente elogiata e hanno persino chiesto la demolizione degli ospedali di Gaza. Mentre queste offese si accumulavano, nella maggior parte dei casi le principali istituzioni di etica medica del paese rifiutavano di esprimersi.

 

Le basi per questi rifiuti sono state gettate per decenni. I palestinesi in generale e i prigionieri in particolare sono stati a lungo disumanizzati. L’establishment medico israeliano ha da tempo stretti legami con l’apparato statale e di sicurezza, anche perché la maggior parte degli alti funzionari proviene dal Corpo medico militare. I principali ospedali sono stati orgogliosi di unirsi agli sforzi bellici: «In tempo di guerra, il sistema civile e quello militare sono diventati un tutt’uno», ha dichiarato Yoel Har-Even, vicepresidente degli affari globali dello Sheba Medical Center, al summit di Miami del Jerusalem Post lo scorso dicembre.

 

Ma nei primi giorni dell’attacco israeliano a Gaza, i casi di negligenza e complicità medica sono aumentati drammaticamente. L’11 ottobre 2023 l’allora ministro della sanità israeliano, Moshe Arbel, ha dato istruzioni ai direttori degli ospedali di rifiutare le cure ai «terroristi» e di rimandarli alle strutture mediche appartenenti alle autorità carcerarie e militari. (I funzionari governativi e i media tradizionali tendono ad applicare la parola «terrorista» indistintamente agli uomini palestinesi tra i quindici e i settant’anni).

 

Lo stesso giorno l’ospedale Ichilov di Tel Aviv e il centro medico Sheba di Ramat Gan hanno negato le cure ai detenuti palestinesi; nel frattempo una folla di destra ha assaltato lo Sheba alla ricerca di «terroristi». Meno di una settimana dopo, secondo quanto riferito, temendo un altro attacco della folla, l’ospedale Hadassah di Gerusalemme ha rifiutato di ricoverare un uomo palestinese ferito che i militari avevano portato al pronto soccorso per gravi ferite da arma da fuoco. «Fonti interne all’ospedale» hanno dichiarato ad Haaretz che curarlo avrebbe «ferito i sentimenti nazionali».

 

L’OSPEDALE Soroka, a Be’er Sheva, si è spinto oltre. Nei dieci mesi successivi agli attacchi di Hamas del 7 ottobre, secondo quanto riportato da Haaretz, il personale dell’ospedale ha chiamato la polizia per almeno tre donne palestinesi prive di documenti quando sono arrivate al pronto soccorso (i portavoce dell’ospedale hanno sottolineato ai giornalisti che si trattava di una politica elaborata «in coordinamento con la polizia», anche dopo che la polizia stessa «ha negato l’esistenza di una tale direttiva»).

 

In un caso, una donna palestinese incinta della Cisgiordania è arrivata con le contrazioni. Dal 2013 viveva con il marito a Rahat, una città beduina in Israele; i suoi tre figli sono cittadini israeliani. Una volta visitata dal medico, la donna è stata trattenuta dalla polizia prima ancora di essere formalmente dimessa, portata a un posto di blocco in Cisgiordania e lasciata lì fino a quando il marito non è andato a prenderla e l’ha accompagnata a Jenin, dove vivono i suoi genitori. Ha partorito cinque giorni dopo.

 

Mentre gli ospedali respingevano i detenuti palestinesi, i loro stessi dipendenti palestinesi – un quarto di tutti i medici e quasi la metà dei nuovi medici e infermieri in Israele – si sono trovati vittima di sospetti. Circa una settimana dopo il 7 ottobre, diverse persone hanno inviato reclami sostenendo che Abed Samara, direttore dell’unità di terapia intensiva cardiaca dell’ospedale Hasharon di Petah Tikva, aveva espresso sostegno a Hamas su Facebook.

 

Il 18 ottobre Yinon Magal, conduttore televisivo, influencer di destra ed ex membro della Knesset, ha segnalato sul suo canale telegram che Samara aveva «cambiato la sua immagine del profilo con una bandiera di Hamas, agitando e parlando del ‘Giorno del Giudizio’ dei musulmani». L’immagine in questione mostrava una bandiera verde con la Shahada, una frase che ogni musulmano osservante ripete cinque volte al giorno: «Non c’è altro Dio all’infuori di Allah e Maometto è il Suo Messaggero».

 

Lo stesso giorno l’ospedale ha sospeso Samara dopo quindici anni di servizio. Il nuovissimo ministro della Sanità israeliano, Uriel Busso, ha insistito sui social media sul fatto che Samara aveva pubblicato sul suo profilo con «bandiere di Hamas» e scritto «parole di sostegno per l’organizzazione terroristica che ha massacrato e ucciso centinaia di ebrei a sangue freddo». Quando la polizia e lo Shin Bet hanno comunicato all’ospedale che l’immagine era stata postata nel 2022 ed esprimeva semplicemente una devozione religiosa, Samara aveva ricevuto minacce di morte e centinaia di messaggi di odio e aveva deciso di non sentirsi più a suo agio nel tornare al lavoro.

 

ALTRI MEDICI e infermieri palestinesi hanno confidato al Phri di temere di pubblicare qualsiasi cosa possa essere interpretata come politica sui loro account privati sui social media. Gli ospedali, testimoniano, sono stati soffocati da un’atmosfera di militarizzazione, controllo e silenzio. «Oggi, per continuare a lavorare in ospedale, è necessario diventare disumani – ha dichiarato un operatore medico in un rapporto pubblicato dal centro di ricerca palestinese Mada al-Carmel – Non è permesso esprimere compassione per chi sta morendo dall’altra parte, anche se si tratta di un bambino».

 

I loro colleghi israeliani non hanno sentito tali inibizioni nei loro discorsi. Medici e infermieri palestinesi che hanno parlato con il Phri hanno descritto di aver sentito colleghi che suggerivano che Israele avrebbe dovuto «ripulire etnicamente Gaza», «trasformare Gaza in macerie» e «spianarla». Hanno visto colleghi pubblicare sui social media messaggi come quello diffuso il 21 ottobre 2023 da un chirurgo del Carmel Medical Center di Haifa.

 

Sembra che sia stato postato per la prima volta da qualcuno in servizio a Gaza e che abbia invocato il famoso scambio di prigionieri che Israele ha negoziato con Hamas per il rilascio del soldato catturato Gilad Shalit: «L’Onu chiede una risposta proporzionale. Quindi ecco, alcune proporzioni: per Gilad Shalit abbiamo rilasciato 1.027 prigionieri. Un ebreo è uguale a 1.027 terroristi. 1.350 ebrei assassinati per 1.027 (equivale a) 1.386.450 morti a Gaza. Questa è la proporzione a cui ci siamo abituati; ero felice di aiutare».

 

Questo e altri appelli al genocidio non si sono limitati alle prime settimane e ai primi mesi dopo il massacro del 7 ottobre. Diciannove mesi dopo la guerra a Gaza, Amos Sabo, un chirurgo senior del Maccabi Healthcare Services, ha scritto su X che considerava il suo servizio di riserva un modo per far progredire la salute pubblica «eliminando scarafaggi e altri insetti schifosi». Qualche mese prima aveva scritto: «Gaza dovrebbe essere cancellata. Non ci sono persone non coinvolte lì».

 

Anche gli stessi ospedali si sono mobilitati sui social media per la guerra di Israele nella Striscia. Nel novembre 2023 il Bnai Zion Medical Center di Haifa ha diffuso un post su Instagram in cui comparivano medici vestiti in abiti militari e di stanza a Gaza, con il messaggio «invio di saluti dal fronte». Una storia Instagram dello Sheba Medical Center del giugno 2024 descriveva la «doppia vita» di uno dei suoi medici, che si divide tra la sala operatoria e la cabina di pilotaggio di un jet da combattimento F16.

 

SECONDO il pilota, ci sono dei parallelismi tra il volo da combattimento e la chirurgia: «Entrambe richiedono precisione, responsabilità, capacità di prendere decisioni sotto pressione e di affrontare i fallimenti. Non esiste la frase “ho quasi colpito il bersaglio”: o lo si colpisce, o non lo si colpisce. Se non si è precisi in quota, ci si schianta; se si taglia un vaso sanguigno di un millimetro a destra, il risultato potrebbe essere catastrofico».

 

Questi post sono apparsi in un momento in cui gli attacchi aerei e di terra di Israele uccidevano spesso decine di civili al giorno e producevano un ambiente estremamente precario per gli operatori sanitari di Gaza, dove, secondo le Nazioni unite, il numero di professionisti della salute e degli aiuti uccisi negli attacchi militari non ha precedenti nella storia recente.

 

All’inizio di novembre 2023 – quando l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha riferito che l’esercito israeliano aveva già ucciso almeno 9.770 palestinesi, tra cui circa 4mila bambini, e ne aveva feriti altri 25mila – decine di medici ebrei israeliani hanno pubblicato una lettera aperta in cui chiedevano all’esercito di bombardare gli ospedali palestinesi. I medici non sono stati dissuasi dal fatto che quattordici dei trentasei ospedali di Gaza avevano già smesso di funzionare a causa degli attacchi aerei o della carenza di carburante, ossigeno, medicine, attrezzature mediche e cibo. Né li ha dissuasi il diritto umanitario internazionale, che stabilisce che le strutture mediche «devono essere protette in ogni momento e non devono essere oggetto di attacco».


Perché «i residenti di Gaza hanno ritenuto opportuno trasformare gli ospedali in nidi di terroristi per approfittare della moralità occidentale – hanno ragionato questi medici – hanno portato la distruzione su se stessi…Abbandonare i cittadini israeliani mentre si concede protezione agli assassini di massa solo perché si nascondono negli ospedali è impensabile».

 

Uno dei firmatari, una ginecologa israeliana di origine americana di nome Chana Katan, ha spiegato: «Farò tutto il possibile per difendere e proteggere i soldati dell’Idf e garantire che tornino sani e salvi alle loro case. È dovere dell’Idf bombardare i terroristi che si nascondono negli ospedali di Gaza». (I funzionari dell’Onu e le organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, hanno ripetutamente sottolineato che Israele non ha fornito prove sufficienti per avvalorare le sue affermazioni sull’uso degli ospedali da parte dei gruppi militanti. Un’analisi del materiale visivo israeliano ha trovato tali affermazioni non credibili).

 

Il responsabile ad interim del comitato etico dell’Associazione medica israeliana, Tammy Karni, ha presto rilasciato una dichiarazione concisa in risposta alla lettera dei medici. «Anche in questi giorni delicati, in tempo di guerra, il ruolo dei medici è quello di curare i feriti – ha spiegato Karni – Sostenere una posizione morale è ciò che distingue lo Stato di Israele. Nel corso della storia, i medici israeliani non hanno accettato di essere trascinati nel declino morale e di coscienza che il nostro nemico ha raggiunto….. I medici dell’Ima non incoraggeranno i crimini contro l’umanità».

 

EPPURE, meno di tre settimane dopo, l’Ima – l’associazione professionale che rappresenta il 95% dei medici in Israele – avrebbe firmato una dichiarazione che, di fatto, giustificava gli assalti dell’esercito israeliano agli ospedali palestinesi nella Striscia. A metà novembre l’esercito israeliano ha assediato l’ospedale al-Shifa, ha bombardato i suoi dintorni, ha interrotto la fornitura di acqua ed elettricità e ha inviato truppe di terra nel complesso, che a quel punto ospitava 7mila sfollati, 1.500 operatori sanitari e 700 pazienti, tra cui neonati prematuri. I portavoce militari israeliani avevano insistito sul fatto che «il quartier generale di Hamas» fosse situato in tunnel direttamente sotto la struttura medica – un’accusa per la quale Israele non è riuscito a fornire prove concrete, nonostante alla fine abbia occupato l’intero sito.

 

A partire dall’8 novembre 2023, funzionari dell’Oms e dell’Unrwa hanno denunciato l’assedio per i suoi effetti «disastrosi» sulle condizioni mediche. Il 23 novembre i comitati etici di sei associazioni sanitarie israeliane – tra cui l’Ima, l’Associazione nazionale degli infermieri e l’Associazione psicologica israeliana – hanno inviato una lettera all’Oms non per unirsi alla condanna dell’assedio, ma per denunciarla per il suo «silenzio» sul presunto controllo di Hamas su al-Shifa.


Riprendendo la retorica delegittimante del governo sul sistema sanitario palestinese, i responsabili dei comitati etici hanno spiegato che «una volta che i terroristi o i militanti vedono che non vengono sollevate obiezioni quando gli ospedali vengono utilizzati per i combattimenti, si sentiranno autorizzati a farlo in altre occasioni e in altri luoghi simili».

 

Nel frattempo, i membri dei comitati etici di queste associazioni sono rimasti in gran parte in silenzio mentre il personale sanitario in Israele violava i principi etici della professione. Ciò che è iniziato come una politica istituzionale di rifiuto di ricoverare i palestinesi detenuti nell’ottobre 2023 si è presto trasformato in una pratica pervasiva di rifiuto individuale da parte degli operatori: alla fine di quel mese, all’arrivo di un detenuto di quindici anni in un ospedale del distretto centrale di Israele, un’infermiera si è rifiutata di fornire cure mediche, mentre un’altra ha rimosso con la forza la sua flebo endovenosa e ha chiesto il suo immediato trasferimento dall’ospedale. Lo schema si è protratto per molti mesi dopo l’inizio della guerra; un’infermiera del Kaplan Medical Center di Rehovot si è rifiutata di curare un detenuto anche lo scorso febbraio.

 

Quando i detenuti vengono ricoverati, le loro mani e le loro gambe vengono regolarmente incatenate al letto con quelle che le guardie chiamano «costrizioni a quattro punti». Un medico ci ha confidato che i colleghi «negano gli antidolorifici dopo le procedure invasive, e poi spiegano ai colleghi che gli antidolorifici sono un privilegio che i detenuti palestinesi non meritano». Dopo mesi di denunce presentate dal comitato etico del Phri, a febbraio l’Ima ha finalmente emesso una lettera in cui condannava «la contenzione di prigionieri e detenuti negli ospedali di tutto il paese». In altri casi ancora, i detenuti hanno ricevuto solo un trattamento minimo prima di essere rimandati in un centro di detenzione, anche quando le loro condizioni erano pericolose per la vita.

 

IL 6 LUGLIO 2024 un detenuto è stato trasferito da Sde Teiman all’ospedale Assuta di Ashdod dopo aver riportato lesioni critiche al collo, al torace e all’addome, oltre alla rottura del retto. L’esame medico ha indicato che era stato sottoposto a torture e violenze sessuali durante la detenzione. Subito dopo il trattamento, tuttavia, è stato rimandato dai suoi aguzzini. Secondo Human Rights Watch, i detenuti di Sde Teiman potevano sentire le urla degli altri detenuti che venivano torturati; anche i medici dell’ospedale da campo – dove i pazienti arrivavano abitualmente con ferite indicative di gravi violenze – li avrebbero sicuramente sentiti. Le autorità militari hanno proibito ai medici che vi lavoravano di usare il proprio nome o numero di licenza quando visitavano i prigionieri o firmavano i rapporti medici. Quando ai medici viene chiesto di nascondere la loro identità in questo modo, lo scopo è di solito quello di metterli al riparo da futuri controlli sulla loro complicità negli abusi della struttura.

 

Nell’aprile 2024 Haaretz ha riferito che un medico israeliano aveva inviato una lettera ai ministri della difesa e della sanità e al procuratore generale, descrivendo in dettaglio le dure condizioni a cui erano sottoposti i detenuti palestinesi nella struttura e il tacito assenso che ci si aspettava dal personale medico: «Proprio questa settimana a due pazienti sono state amputate le gambe a causa delle ferite provocate dalle manette. Purtroppo, questa è diventata una routine». Il medico ha poi descritto come i pazienti venissero nutriti con cannucce, costretti a usare pannolini per defecare e tenuti ammanettati e bendati per tutto il tempo.

 

«Sin dai primi giorni di attività dell’ospedale da campo – ha scritto – mi sono trovato alle prese con impegnativi dilemmi etici…Siamo diventati tutti complici nella violazione della legge israeliana. Come medico, sono ancora più turbato dalla violazione del mio impegno fondamentale di fornire cure uguali a tutti i pazienti, un impegno che ho preso quando mi sono laureato vent’anni fa». (In una risposta al giornalista, il ministero della salute ha insistito sul fatto che «le cure mediche fornite a Sde Teiman sono conformi alle regole e alle convenzioni internazionali che Israele si è impegnato a rispettare»).

 

Tra il febbraio e l’aprile 2024, il Phri ha pubblicato due rapporti che illustrano come i palestinesi incarcerati siano stati sistematicamente privati del diritto alla salute. In entrambi i rapporti il gruppo ha esortato l’Ima a garantire che i detenuti ricevano cure mediche in linea con la legge israeliana, i trattati internazionali e gli standard medici etici.

 

Finalmente, lo scorso aprile, Yossef Walfisch, il nuovo presidente del comitato etico dell’Ima, ha risposto con una dichiarazione ufficiale: «I medici israeliani sono tenuti a rispettare le convenzioni internazionali, i principi di etica medica e la Dichiarazione di Ginevra». Essi «devono fornire tutte le cure mediche necessarie, sia negli ospedali che nelle prigioni o nelle strutture militari, e devono essere guidati esclusivamente da considerazioni mediche».

 

HA ELABORATO questa lettera in un articolo su Doctors Only, un sito web per la comunità medica del paese. Tuttavia, anche in questo caso Walfisch ha abbinato le sue alte dichiarazioni sull’importanza di fornire a tutti un’assistenza medica umana ai tentativi di negare l’evidenza dell’orribile trattamento riservato ai palestinesi. Più volte si è riferito ai pazienti palestinesi come «terroristi di Hamas». Poiché la «sicurezza del personale medico ha la precedenza su qualsiasi altra considerazione etica», ha spiegato, gli organismi professionali responsabili dell’incarcerazione dovrebbero determinare chi deve essere legato e bendato e, sebbene il personale sanitario nelle carceri e negli ospedali dovrebbe sforzarsi di «ridurre al minimo le manette», nel complesso dovrebbe seguire le linee guida delle autorità.

 

Ha invocato Sde Teiman, ma non ha detto una sola parola sulle percosse, le torture e la negligenza medica in quel luogo. Ha invece rivelato che, quando ha visitato l’équipe medica della base, ha trovato personale che «lavora giorno e notte per fornire le cure più adeguate nei limiti di questo tipo di struttura». Facendo eco a un tropo autocelebrativo spesso usato per descrivere i militari israeliani, li ha definiti «tra i medici più morali che abbia mai incontrato».

 

È difficile non concludere che l’Ima abbia mancato gravemente ai suoi obblighi di difesa dell’etica medica. Avrebbe potuto criticare i medici israeliani che hanno pubblicato messaggi genocidiari sui social media, indagare sui professionisti della salute che avrebbero favorito la tortura e difendere i medici palestinesi come Abed Samara che sono stati ingiustamente perseguiti per sostegno al terrorismo.

 

Invece, non solo ha chiuso un occhio su questi abusi, ma ha adottato la linea di difesa di Israele, incolpando Hamas per le trasgressioni israeliane a Gaza, che includono non solo crimini eclatanti di fame, omicidi e sfollamenti forzati – ampiamente riconosciuti dai gruppi per i diritti come equivalenti a un genocidio – ma, più specificamente, la distruzione del sistema medico della Striscia, l’uccisione di più di 1.400 operatori sanitari e la detenzione illegale di quasi quattrocento altri.

 

Negli ultimi mesi il silenzio dell’establishment medico israeliano è diventato ancora più assordante. Per quanto ne sappiamo, non un solo importante funzionario medico ha parlato dopo che è emerso che, nelle prime ore del 23 marzo, le forze israeliane hanno teso un’imboscata e massacrato quindici paramedici e operatori umanitari palestinesi che stavano effettuando una missione di soccorso nel sud di Gaza, cercando poi di coprire il crimine seppellendo i corpi in una fossa comune sabbiosa accanto alle ambulanze e al camion dei pompieri distrutti; né quando è stato rivelato che un portavoce militare aveva mentito sull’atrocità, affermando falsamente che le luci di emergenza delle ambulanze erano spente quando sono arrivate sulla scena e accusando i paramedici uccisi di aver «avanzato in modo sospetto».

 

NESSUN DIRETTORE di ospedale, preside della facoltà di medicina o funzionario dell’Ima ha detto una parola, nemmeno dopo che due testimoni della squadra di recupero delle Nazioni unite hanno affermato che almeno un operatore umanitario deceduto aveva le mani legate, né dopo che il medico che ha eseguito l’autopsia ha affermato che molti erano stati uccisi da colpi di arma da fuoco alla testa e al torso.

 

Un mese prima, lo Sheba Medical Center era stato nominato l’ottavo miglior ospedale al mondo da Newsweek, un prestigioso riconoscimento che riflette non solo la reputazione dello Sheba, ma quella dell’intero sistema sanitario israeliano. In un comunicato stampa che celebrava la designazione, l’ospedale aveva promesso che i suoi medici avrebbero «continuato a impegnarsi…per elevare lo standard dell’assistenza sanitaria per tutti».

 

Neve Gordon insegna alla Queen Mary University di Londra

e, con Nicola Perugini, è autore di «Scudi umani» (Laterza, 2025)

Guy Shalev è antropologo medico e direttore esecutivo di Phri

Osama Tanous è pediatra e membro del consiglio di amministrazione di Phri

 


Tutti gli articoli sono riprodotti dall'edizione odierna de ilmanifesto.it - 6 giugno 2025

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