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STORIE PER GAZA. Testimonianze, ricerche, denunce, inchieste - parte 2

2025-06-07T15:18:19Z

LE MALETESTE

6 giu 2025

Sono una rifugiata, ora ho capito la Nakba. La grammatica coloniale e l'oblio di Gaza. L'inesistenza palestinese nella coscienza europea - 3 testimonianze e ricerche e storie da IL MANIFESTO di oggi

Sono una rifugiata, ora ho capito la Nakba: è sparito tutto, di nuovo

LA TESTIMONIANZA DI UNA DONNA DI GAZA CITY. Mi sono chiesta ad alta voce: torneremo? Era di questo che parlavano. Che se ne sono andati di corsa, decidendo in pochi minuti cosa portare, prendendo per ultime le chiavi di casa


di Zainab Sahim*

6 giugno 2025


Sono nata e cresciuta a Gaza. La mia famiglia è originaria di Gaza City e sono diventata adulta ascoltando le storie della Nakba, di come il mio bisnonno ospitò rifugiati dentro casa sua, per settimane, a volte per mesi. Abitava a Shuja’iyya, oggi il quartiere è completamente svanito. La terra che abbiamo ereditato si trova oggi nella buffer zone dichiarata unilateralmente da Israele.

Mi torna alla mente quella storia, le terre che possedevamo in Palestina e poi sparite, le terre che possedevamo a Gaza e ora sparite. È tutto sparito, ancora una volta. I documenti, i libri, è tutto bruciato. La mia casa è bruciata. Tempo fa ho ricevuto un messaggio da un parente: guarda cosa ha trovato, mi ha scritto, i documenti di viaggio degli anni ’70 con i nomi di tuo padre e tua sorella. Una scatola preziosa, vecchia di ottant’anni è ricomparsa da qualche parte a est di Gaza, in un mercatino. La vendevano per fare un fuoco, per cucinarci sopra un po’ di cibo.

Ogni giorno a me e mio marito torna in mente qualcosa che apparteneva ai nostri nonni e che non abbiamo potuto portare con noi. È successo il giorno in cui abbiamo ricevuto l’ordine di evacuazione da Gaza City, 13 ottobre 2023. Nella nostra casa c’erano già 15 persone che si erano rifugiate lì. Abbiamo ricevuto il messaggio dell’esercito israeliano alle 2 di notte. Abbiamo iniziato a camminare su e giù per il corridoio, guardando agli scaffali e negli armadi per decidere cosa prendere. Avevamo già preparato una borsa di emergenza con i documenti, ne volevamo riempire un’altra più grande perché non sapevamo se saremmo tornati.


ME LO SONO CHIESTA, ad alta voce: torneremo? Cosa devo portare? E mentre scansionavo con gli occhi gli scaffali, ho ricordato la Nakba. Era di questo che parlavano, era questo che ci raccontavano. Che se ne sono andati di corsa, decidendo in pochi minuti cosa portare con sé, prendendo per ultime le chiavi di casa. Io ho ancora le chiavi della mia casa, le tengo sul comodino, le guardo ogni giorno.

Un materasso, una coperta, un cuscino, un po’ di cibo, un poco di tutto. Non potevamo portare altro, non avevamo né il tempo né lo spazio. Le mie figlie hanno preso con sé gli zaini di scuola.

Hanno ancora con sé i libri di allora, se provo a toccarli impazziscono. È strano vedere quanto le cose possono diventare importanti, di valore, solo perché provengono dalla nostra casa a Gaza.

Andando via, ero spaventata, pregavo dio di dirmi che saremmo tornati. Ci siamo ritrovati nel centro di Gaza, in una casa di proprietà della mia famiglia. Abbiamo accolto altre persone. Sono iniziate ad arrivare telefonate, una dietro l’altra, eravamo in dieci, poi in quindici, alla fine in sessanta in un solo pomeriggio. Mi sono seduta a terra, ho detto agli altri: siamo sicuri che stia avvenendo davvero?

Quella notte io e mio marito abbiamo dormito a terra. Poi per il mese successivo ho dormito in auto, come fosse la mia stanza, era fantastico, potevo avere un po’ di privacy. Era difficile prendersi cura di 22 bambini, lavare, provare a cucinare, aspettare l’arrivo della razione quotidiana di pane e non avere mai un minuto per me.

Con noi c’era una donna molto anziana, originaria della Cisgiordania. Piangeva. Le ho chiesto perché piangesse. Mi ha risposto che era molto piccola nel 1948 quando è stata sfollata dal suo villaggio e non voleva vivere tutto da capo. Si scusava con me ogni giorno per il fatto di stare a casa mia e di dormire nel mio letto. Piangeva e piangeva È questo il problema: quel capitolo non si è mai chiuso, è infinito. Non sappiamo come mettere un punto. Ci tolgono sempre di più, e di più e di più.


SONO UNA RIFUGIATA. Ora ho capito cosa significa diaspora. Chissà, forse un giorno torneremo, tra un anno, o due, o tre. Le mie figlie ormai hanno smesso di chiedermelo. Hanno dieci e otto anni. Prima me lo domandavano in continuazione: quando torniamo a casa? Durante il cessate il fuoco di gennaio abbiamo pensato di tornare, mio marito sarebbe andato avanti e noi lo avremmo seguito. Avevamo pianificato tutto. Poi Israele ha rotto la tregua e abbiamo capito che non sarebbe successo. Quel giorno le mie figlie hanno smesso di chiedermi quando si torna a casa.


*Nome di fantasia per motivi di sicurezza




La grammatica coloniale e l’oblio di Gaza

Storicamente, per decidere chi va schiavizzato, espulso o sterminato, è necessaria l’imposizione di un ordine razziale. Eppure il concetto di colonialismo è assente dal discorso pubblico


di Iain Chambers*

6 giugno 2025


Di fronte alle atrocità commesse a Gaza, l’Occidente si ritrova bloccato nello specchio oscuro della propria storia. Confrontato con le prove del colonialismo, dell’apartheid, della pulizia etnica, dei campi di concentramento e del disprezzo razzista per la vita altrui, si trova a fare i conti con la propria grammatica storica. Affrontare il massacro dei palestinesi da parte di Israele significa, in ultima analisi, affrontare gli orrori della nostra stessa formazione politica e storica.


ESERCITANDO il diritto all’autodifesa contro chi sta colonizzando – stranamente, ai colonizzati non è permesso usare questo linguaggio, sono semplicemente «terroristi» – Israele svela tutto. Rappresentando l’«unica democrazia in Medio Oriente» che sta combattendo una guerra contro barbari e animali, lo Stato ebraico ci trascina tra le rovine di Gaza per chiederci come siamo arrivati a un tale abisso atroce.

La risposta è ovviamente il colonialismo.


L’esercizio del diritto occidentale a rivendicare e conquistare il mondo è una realtà storica innegabile. È inscritto nel linguaggio stesso che i governi e i media europei continuano a utilizzare per affrontare il genocidio a Gaza e la violenza quotidiana in Cisgiordania. Strutturalmente dipendente dalla razzializzazione del pianeta per «giustificare» il proprio esercizio, tale linguaggio rivela brutalmente che alcune vite (quelle dei bianchi e degli occidentali) contano molto più di altre. Alcuni hanno il diritto di essere nominati e pianti, altri rimangono anonimi mentre i loro cadaveri si accumulano nell’ombra dei «danni collaterali». Storicamente, per decidere chi deve essere riconosciuto e chi deve essere schiavizzato, venduto, espulso o sterminato, è sempre stata necessaria la disumanizzazione e l’imposizione di un ordine razziale sull’umanità.

Eppure il concetto di colonialismo non viene mai utilizzato nel discorso pubblico o nel dibattito politico. Si tratta di una storia troppo dirompente in cui Netanyahu e Hamas sono soltanto dei sintomi, non delle cause.


I sionisti che un secolo fa arrivarono in Palestina per colonizzarla – questo era anche il termine da loro usato, ma all’epoca il colonialismo e il fardello dell’uomo bianco di portare la civiltà nel mondo erano altamente rispettabili e moderni – erano bianchi e occidentali. Gli altri ebrei che avevano vissuto per secoli in Palestina e nel mondo islamico – dal Marocco all’Iraq – erano considerati dai nuovi arrivati come tracce indesiderate di un mondo premoderno.


QUESTI EBREI MIZRAHI furono costretti ad abbandonare il loro dialetto giudaico-arabo e ogni legame con il mondo “orientale”. Le idee di progresso, modernità, stato-nazione, sionismo e supremazia bianca si intrecciano qui in modo inquietante in quello che Cedric Robinson definirebbe capitalismo razziale.

Le conseguenze sono il terrore razziale, il genocidio, la pulizia etnica, lo sterminio e l’ossessione della superiorità razziale basata sulla purezza e sulle linee di sangue: dalla conquista dell’ultimo regno arabo di Granada nel 1492, alla deliberata cancellazione di culture, storie e vite umane in mappe astratte disegnate nella spartizione imperiale dell’Africa da parte delle potenze europee nel 1884-5 a Berlino, fino ai fanatici ebrei di Brooklyn di oggi che trasformano la valle del Giordano nella frontiera senza legge di uno stato etnico-religioso. Siamo ancora a portata d’orecchio del morente Kurtz alla fine di Cuore di tenebra: «Sterminate tutti i bruti».


La difficoltà che l’Occidente ha nel riconoscere i palestinesi come esseri umani meritevoli della nostra empatia e del nostro sostegno emerge da questa lunga notte coloniale.

Forse raccontare questa storia nell’osceno dramma di Gaza è troppo per un Occidente che per secoli strutturalmente dipendeva da questi rapporti crudelmente ingiusti. Ciò richiederebbe la demolizione della nostra casa, costruita sul colonialismo e sul razzismo e sigillata dalla supremazia bianca, e la costruzione di un’altra guidata da un umanesimo commisurato al mondo e non esclusivamente all’Occidente.


IN QUESTO CUORE di tenebra, il genocidio di Gaza e il terrorismo dello stato di Israele ci riguardano da vicino.

Senza vergogna né senso di colpa, Israele sfoggia con orgoglio la costituzione coloniale della modernità occidentale. La questione, quindi, non è di natura umanitaria, ma storica e politica. Fermare Israele e annullare le sue intenzioni omicide nei confronti dei palestinesi significa fermare, smantellare e decolonizzare il nostro stesso percorso. Non si tratta semplicemente del riconoscimento politico della nostra responsabilità per le ferite aperte del mondo moderno. Si tratta di un processo pedagogico più profondo, di un apprendimento da Gaza e dai palestinesi. Questo processo è appena iniziato.


*Iain Chambers

Antropopologo, sociologo britannico, ha insegnato Studi culturali e postcoloniali all'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" ed ha fondato il Centro per gli Studi Postcoloniali.

È autore di numerosi volumi di successo scritti in inglese e in italiano e tradotti in diverse lingue.





L’inesistenza palestinese nella coscienza europea

Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre


di Ruba Salih*

6 giugno 2025


Come palestinesi siamo colte da emozioni contrastanti di fronte alla improvvisa, parziale e tragicamente tardiva presa di parola di partiti, giornalisti e sindacati. Netanyahu e il suo governo, ci viene detto, sono schegge impazzite di un sistema altrimenti benevolo e democratico che rischia di essere isolato o distorto dalle conseguenze che la morte (o la vista) di troppe donne e bambini palestinesi comporta.


Un continuo e inesorabile processo di de-contestualizzazione storica e politica secondo cui tutto comincerebbe il 7 ottobre. Come il colonizzatore ebbe bisogno non solo di svuotare la Palestina della sua popolazione indigena, ma di percepire la terra come vuota, il «diritto di Israele a difendersi, entro un certo limite» è costruito sulla negazione della realtà storica, che continua a relegare il vissuto palestinese a una assenza. Come se Gaza non fosse sotto assedio da 17 anni, come se i suoi 2,2 milioni di persone – di cui due terzi rifugiati del 1948 provenienti da circa 240 villaggi – non fosse da 77 anni relegata in campi profughi, in un misero 1,8 percento della propria terra storica, mentre pochi metri più in là, quasi visibili dal muro di prigionia, sorgono villaggi israeliani eretti sulle macerie delle proprie case. Il silenzio di questi 20 venti mesi è eloquente come la qualità della presa di parola. Poggiano come un macigno sulla disumanizzazione palestinese, l’invisibilizzazione e delegittimazione del nostro vissuto e narrazioni.


NON È CASUALE che tutto ciò coincida con la presa di posizione di personaggi come Ehud Olmert, ex premier israeliano che nel 2006 definì i palestinesi «terroristi» per giustificare il massacro di centinaia di uomini donne e bambini e che oggi, intervistato dalle testate di tutto il mondo, dichiara che Israele sta andando oltre «la sua legittima autodifesa dal barbaro attacco del 7 ottobre». I morti da qui in poi sono in eccesso. Si possono configurare come crimine.


IL GENOCIDIO nuoce a Israele. Per coloro che si pensano etici allineandosi alla narrazione di Olmert, i palestinesi continuano a essere sacrificabili. Ma noi, tutti i palestinesi, da decadi diciamo, scriviamo, che Israele è un progetto di colonialismo di insediamento da manuale: accaparrare più terra possibile con meno popolazione indigena possibile è da sempre l’obiettivo. La violenza genocidaria non è il progetto impazzito di Netanyahu e del suo governo suprematista fondamentalista, ma la pagina più violenta di un progetto di annientamento che politici e intellettuali israeliani considerano incompleto dal 1948.


La storia ci ha consegnato una enormità di testi storici, diari, biografie, interviste in cui i leader sionisti dichiarano che l’obiettivo è l’espulsione della popolazione indigena con tutti i mezzi necessari. Sionisti come Jabotinsky già negli ’20 scrivevano che i palestinesi in quanto indigeni non avrebbero mai acconsentito alla espropriazione della loro terra e che l’unico modo sarebbe stato spazzarli via con la violenza. Alla luce di tutto ciò, come si può accettare che le migliaia di Hind Rajab o di Mohammad Bahloul, le centinaia di Shireen Abu Hakla o di Rafaat Al Areer, le migliaia di Khalida Jarrar o di Seifeddin – morto a soli sei mesi mentre dall’aeroporto di Bologna veniva trasportato a Milano, e ora sepolto in terra di passaggio a fianco di mio padre in Italia – siano morti necessarie, tollerabili, «proporzionali», morti per cui si è stati in silenzio. La verità è che il palestinese come soggetto storico-politico non esiste in questa coscienza collettiva europea.


CONTINUA AD ESSERE la figura dell’assenza, senza storia, senza causa né parola. Un corpo disumanizzato: martoriato o barbaro. Come sostenne Mahmoud Darwish all’indomani del massacro di Sabra e Chatila causato, come oggi, dalla complicità dei regimi arabi con Israele, i palestinesi sono il popolo superfluo dell’assetto post-coloniale del XX secolo. Fu allora che due uomini bianchi tracciarono linee artificiali e violente sulla pelle delle popolazioni locali – che diverranno stati nazione – e decisero che i palestinesi erano sacrificabili. La nostra terra fu regalata al nascente movimento sionista (la dichiarazione Balfour del 1917) e alla Transgiordania. Nel 1948 gli ebrei della diaspora, vittime della ferocia nazi-fascista europea, presero i due terzi della nostra terra e da allora continuano con violenza sempre più feroce ad avanzare.


Scartabellando tra i ricordi di una lunga vita in diaspora, trovo i passaporti di mio padre, Muhammad. Sul suo primo passaporto italiano si legge: nato a Haifa, Palestina; in un successivo, al posto di Palestina compare: nato a Haifa, Giordania. Forse un annoiato burocrate non ebbe voglia di indagare e azzardò un posto a caso. Nell’ultimo passaporto si legge: nato a Haifa, Israele.

Un popolo che da decenni si cerca di rendere assente non ha altra scelta che lottare per rimanere presente. Me lo spiegò un giorno Um Ali, anziana rifugiata del campo profughi di Wihdat in Giordania: non c’è progetto coloniale, cittadinanza o rifugio, o terra o casa acquistata altrove che possa sostituirsi alla propria Terra. Siamo ahl el ard, generati dalla terra come si è generati da una madre. È una dimensione ontologica dell’esistenza che Israele non può dissolvere con la morte, la separazione forzata e di cui non si può impossessare con la mera violenza.


L’ULTIMO DESIDERIO di Muhammad era ritornare a Nakura, nel pezzetto di terra da dove gli Abu Raiseh (il nostro vero nome di famiglia) provengono da tempo immemorabile. Non ha potuto ma sulla sua lapide, a fianco del piccolo Seifeddine morto di genocidio, si legge: nato a Haifa, Palestina.


*Ruba Salih

è una professoressa palestinese.

Insegna antropologia all'Università di Bologna e in precedenza alla University of London.

È membro di Insaniyyat, Society of Palestinian Anthropologists




Tutti gli articoli sono riprodotti dall'edizione odierna de ilmanifesto.it - 6 giugno 2025



QUI SOTTO, IL LINK CON I TRE ARTICOLI DELLA PRIMA PARTE


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