
LE MALETESTE
19 lug 2025
L’unica via di salvezza dal disastro incombente, è da cercare in basso, fra chi vive, pensa, opera per il cambiamento, un cambiamento radicale - LORENZO GUADAGNUCCI
G8 di Genova. Sono passati ventiquattro anni, quasi un quarto di secolo: dalla cronaca siamo passati alla storia
19 luglio 2025
Sono passati ventiquattro anni da Genova G8, quasi un quarto di secolo: dalla cronaca siamo passati alla storia. I fatti del luglio 2001(19-22), a questo punto, devono diventare patrimonio storico collettivo e rinnovare, finalmente, la memoria pubblica, ancorata all’epoca della Seconda guerra mondiale e ormai consunta dalla retorica e da una sempre più stanca ritualità.
Non c’è niente da ripudiare nella vicenda dell’antifascismo e nel ricordo delle stragi nazifasciste, ma tutto dev’essere rigenerato, rafforzato, calato nel presente, e poi lo sguardo deve allargarsi a fasi storiche più vicine a noi, a nuovi soggetti sociali. La memoria è una forza potente: ispira e indirizza l’azione, crea comunità, fornisce identità. È necessario prendersene molta cura, specie in una fase storica così disperata e disperante.
Una domanda per i nostri drammatici tempi è questa: a che serve la memoria delle stragi nazifasciste, a che serve salire a Monte Sole-Marzabotto o a Sant’Anna di Stazzema, se poi c’è Gaza? Se le democrazie occidentali, mentre si contriscono e si indignano per la guerra contro i civili di 80 anni fa, rendono possibile – col sostegno morale, militare, diplomatico, mediatico che ben conosciamo – il genocidio nella Striscia di Gaza?
E che cos’è oggi l’antifascismo: la sola critica delle estreme destre di governo, il semplice ricordo degli antenati fascisti dei partiti oggi al potere, o qualcosa di più radicale?
Genova G8, dunque. Le vicende del luglio 2001 ci hanno trasmesso due lasciti principali.
Il primo riguarda le forze dell’ordine, protagoniste di abusi, falsi e torture sistematiche per più giorni, in un clima di patente illegalità costituzionale.
Ebbene, le polizie italiane hanno dimostrato d’essere irriformabili, se non in un contesto culturale e politico profondamente diverso dall’attuale. È così perché dal 2001 in poi è mancata un’assunzione di responsabilità, un’autocritica, una pulizia interna; i vertici delle polizie hanno piuttosto fatto quadrato attorno ai vari imputati nei clamorosi processi Diaz e Bolzaneto; hanno «impunemente ostacolato» la magistratura, come denunciato dalla Corte europea per i diritti umani; sono riuscite a inibire ogni intervento politico di riforma e ogni apertura degli apparati alla società civile. Il G8 di Genova delle nostre polizie, dunque, lungi dall’essere un infortunio, una sempre rimediabile caduta di legalità, è piuttosto un biglietto da visita: è successo e può accadere di nuovo, questo è il messaggio (e infatti altre torture, altri abusi, altri falsi sono avvenuti, in piena continuità con Genova G8).
L’altro lascito riguarda i movimenti. Genova G8, lo sappiamo, fu il culmine di un processo partito nel decennio precedente, con tappe decisive a Seattle (la “rivolta” del 1999) e Porto Alegre (il primo Forum sociale mondiale del gennaio 2001), ma il luglio genovese sarebbe stato, senza repressione, un trampolino di lancio per una nuova fase di espansione del movimento in Europa.
La violenza delle istituzioni spezzò un processo in corso, ma quel processo c’era; il movimento per la giustizia globale, in quel momento storico, era la vera classe dirigente capace di futuro: indicava la giusta strada in un mondo in via di implosione, con la finanza a dominare su governi e parlamenti, con l’ideologia della crescita infinita destinata a distruggere non solo gli ecosistemi ma anche le comunità umane, con le guerre – per le risorse scarse, per il dominio geopolitico e ideologico – come destino segnato.
Indicava con largo anticipo, quel movimento, la via della giustizia sociale e della giustizia climatica, la strada maestra del dialogo e della cooperazione su scala globale.
È successo, può accadere di nuovo: nel fallimento delle attuali classi dirigenti, l’unica via di salvezza dal disastro incombente, è da cercare in basso, fra chi vive, pensa, opera per il cambiamento. Un cambiamento che dev’essere profondo, rivoluzionario, come insegnavano gli antifascisti di un tempo, come sognavano – e ancora sognano e praticano – i movimenti emersi a cavallo del millennio.
È il momento di ricucire una “nuova memoria” e di mettere nuove energie morali e storiche nel processo di cambiamento: un cambiamento che dev’essere radicale, o non sarà.
Fonte: ilmanifesto.it - 19 luglio 2025




