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ISRAELE / Eurovision. Il N.Y. Times svela la propaganda per sostenere la partecipazione di Israele

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    LE MALETESTE
  • 10 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min



L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio


11 maggio 2026 | SUBSTACK


Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.


Dopo due anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un collasso “comunicativo, percettivo e morale”.


L’empatia internazionale rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime palestinesi.



La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco

Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal governo nel suo complesso.


L’obiettivo è quello di arruolare influencer, professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo Netanyahu.



L’Eurovision come arma di Soft Power

In questo scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.


Per il governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano:

Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo Ministro al fine di promuovere il proprio artista.

L’inchiesta rivela che questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.


Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.



Voti pilotati

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando gli spettatori stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.


L’analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale costruito a tavolino con dollari e algoritmi.


L’anno prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.



Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU

L’European Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno ne rimane esclusa.


Davanti a una rivolta interna senza precedenti, l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.


La strategia per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le linee guida pur di non discutere di diritti umani.


L’EBU ha valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza una sede.


Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada della censura.


Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto, rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento culturale in uno strumento di legittimazione politica.

 
 

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