ORLY NOY. Da ebrea israeliana nata a Teheran, libertà per il popolo iraniano, libertà per il popolo palestinese
- LABORATORI VISIONARI

- 18 gen
- Tempo di lettura: 4 min

L’ipocrisia di Israele: ciechi di fronte a Gaza, ora invocano libertà
di Orly Noy
edizione del 18 gennaio 2026
Quarantasette anni fa oggi, Mohammad Reza Pahlavi, l’ex scià dell’Iran, lasciò il Paese per sempre. Quarantasette anni fa oggi, anche io e la mia famiglia lasciammo l’Iran, senza sapere che sarebbe stato per sempre. Nel caos della rivoluzione, nulla era chiaro tranne il caos stesso. Abbiamo saputo della partenza della famiglia reale solo mentre andavamo all’aeroporto, dai titoli delle edizioni speciali dei giornali che gridavano: «Lo scià se n’è andato». Lo scià se n’era andato, e anche noi.
Per 47 anni ho seguito da lontano la patria che ci siamo lasciati alle spalle: le sue gioie, troppo poche, e i suoi disastri e dolori, fin troppo numerosi. E come il resto del mondo, negli ultimi giorni ho seguito l’eroica rivolta del popolo iraniano nella sua lotta per liberarsi dall’oppressione di questo regime malvagio e crudele. Vedendo il terribile prezzo che sono stati costretti a pagare, il mio cuore sembra volare fuori dal petto per raggiungerli.
LE IMMAGINI delle forze Basij che falciano i manifestanti sono agghiaccianti. Ho ancora alcuni parenti in Iran; da quando sono iniziate le proteste, non ho osato contattarli per chiedere loro come stanno, perché qualsiasi contatto da parte di qualcuno in Israele potrebbe metterli in pericolo. Quindi seguo da lontano e prego per il meglio.
In Israele, come in ogni altra parte del mondo, la rivolta iraniana ha conquistato i titoli dei giornali e gran parte del dibattito pubblico, non solo per le implicazioni che questi sviluppi, o un possibile attacco degli Stati uniti, avrebbero per Israele, ma anche perché le manifestazioni offrono al pubblico israeliano l’opportunità di «schierarsi dalla parte giusta» e ripristinare la propria immagine, sia agli occhi propri che del mondo.
Quando vedo ebrei israeliani che solo un attimo fa sostenevano il barbaro genocidio dei palestinesi di Gaza – con tutte le loro forze, con misurato entusiasmo o con un’alzata di spalle e un «è così che va in guerra» – ora celebrare la coraggiosa rivolta del popolo iraniano, la nausea mi scuote nel profondo. Esiste forse sulla terra un collettivo più insolente di quello sionista?
Dopo aver sbadigliato di fronte ai bambini che muoiono di fame e al bombardamento di interi quartieri e dopo aver continuato a mostrare totale indifferenza per le sofferenze in corso nella Striscia, ora osano parlare di un regime crudele? Di una lotta per la liberazione? Di democrazia? Di libertà?
Vedo gli israeliani scuotere la testa con aria di superiorità morale per il fatto che nessuno conosce il numero reale delle vittime tra i manifestanti in Iran. Conoscono il numero reale delle vittime dell’olocausto di Gaza? Almeno gliene importa qualcosa?
RECENTEMENTE sono stata colpita da un’influenza come non ne avevo mai avute prima. Dicono che sia la peggiore influenza che abbia colpito la nostra regione negli ultimi decenni, e io ci credo. So che attualmente sta devastando gli abitanti di Gaza, che non hanno un letto caldo, un tetto sopra la testa, medicine e uno spazio asciutto dove riprendersi. L’insaziabile crudeltà israeliana non molla ancora questi sopravvissuti, insistendo nel continuare a torturarli.
Mentre ero costretta a letto, non potevo fare altro che scorrere sempre più video dall’Iran, e in particolare dalla mia città natale, Teheran. Ogni volta, dopo aver posato il telefono, la mia immaginazione mi trasportava verso la visita che un giorno avrei potuto fare. Se ho un desiderio, è questo: vedere l’Iran ancora una volta. La strada dove un tempo si trovava la nostra casa, che ora non c’è più. La scuola ebraica dove ho studiato, che esiste ancora. Il grande bazar della città. Il vicolo che porta alla casa dei miei nonni a Isfahan. Riesco facilmente a ricreare l’odore di ciascuno di questi luoghi.
Recentemente ho letto il libro di memorie di Raja Shehadeh, We Could Have Been Friends, My Father and I (Avremmo potuto essere amici, mio padre ed io). Shehadeh descrive quanto sia stato difficile per suo padre, uno dei più importanti avvocati palestinesi del suo tempo, accettare la perdita della sua casa a Giaffa dopo la Nakba: il desiderio costante e la disponibilità a tornare, e il dolore di non poterlo fare.
I miei genitori non avrebbero mai immaginato che la loro vita sarebbe finita altrove che nella loro terra natale. Ma a differenza di molti altri costretti a sradicarsi, compresa la famiglia Shehadeh, un altro Paese ci aspettava a braccia aperte per offrirci una nuova patria, a condizione che fossimo disposti a impegnarci a cancellare la storia del popolo che ci aveva generosamente offerto la sua terra.
MI CI SONO VOLUTI molti anni per capire il significato di tutto questo: che anche prima di mettere piede su questa terra, all’età di nove anni, avevo già diritti che andavano ben oltre quelli delle persone che vi avevano vissuto per secoli. Il mio rifiuto di questa ingiustizia deriva non solo dalla mia posizione di ebrea israeliana, con tutti i privilegi che ciò comporta, ma anche dall’imperativo morale che mi impone la mia identità iraniana e la mia identità di immigrata.
Io e la mia famiglia non abbiamo vissuto una Nakba, tutt’altro. Abbiamo scelto di emigrare dalla nostra patria, nessuno ci ha espulsi. A differenza dei rifugiati palestinesi, potevamo tornare in qualsiasi momento. Il nostro destino non sarebbe stato peggiore di quello di decine di milioni di altri iraniani sotto questo regime da incubo. Non siamo stati costretti all’esilio; la patria di un altro popolo era ai nostri piedi, dopo averne soggiogato e schiacciato gli abitanti.
Per tutti questi motivi, non pretendo alcuna solidarietà diasporica con i rifugiati palestinesi (dopotutto, non ho l’insolenza dei sionisti). Ma il dolore di vedere da lontano la propria patria distrutta, corrotta da un regime spregevole e crudele, è qualcosa che conosco bene.
Libertà per il popolo iraniano. Libertà per il popolo palestinese. E libertà anche per gli ebrei israeliani dal ruolo vergognoso di padroni in un regime di supremazia.
Che possiamo vedere il giorno in cui tutti i rifugiati potranno tornare nelle loro patrie a testa alta e tutti i regimi malvagi di questo mondo distrutto saranno sradicati per sempre.
Fonte: IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/lipocrisia-di-israele-ciechi-di-fronte-a-gaza-ora-invocano-liberta) - 18 gen. 2026





